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Il mio amico Giorgio Gaber
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Alloisio, Gian Piero

Il mio amico Giorgio Gaber

UTET, 26/09/2017

Abstract: "Dopo gli anni di Radio Alice ci furono i cosiddetti anni di piombo e io", ricorda Gian Piero Alloisio, "mentre Francesco De Gregori cantava che i suoi amici erano tutti in galera, per non finire tra gli amici di De Gregori, mi rifugiai in via Frescobaldi a Milano, a casa di Giorgio Gaber." Quando arriva a Milano, Alloisio è un giovane autore promettente, può vantare collaborazioni con Guccini, album, concerti, e uno spettacolo teatrale. Sottobraccio tiene un nuovo testo: Ultimi viaggi di Gulliver. Gaber, che per tutti è già il Signor G., rimane colpito da quel ragazzo dal pensiero veloce, ne intravede il talento, definisce l'opera "una tesi di laurea in drammaturgia", un possibile esempio di teatro-canzone collettivo "in stile Gaber". Lo spettacolo debutta ad agosto del 1981 al Teatro Carcano di Porta Romana, a Milano, e nonostante le difficoltà che hanno scandito le prove, si rivela un successo. Sul tabellone, sotto il titolo, appaiono i nomi degli autori: oltre ad Alloisio e Gaber, che si occupa anche della regia, figurano Sandro Luporini e Francesco Guccini. Inizia così una collaborazione che si svilupperà per oltre un decennio, in una Milano dal doppio volto: da un lato la città forgiata dal boom economico, tutta locali scintillanti, champagne, starlette e ricchi imprenditori venuti fuori dal nulla; dall'altra il rifugio di un'intera generazione di intellettuali, cantanti, attori: Dario Fo e Franca Rame continuano a misurare il perbenismo degli italiani nelle loro commedie, Gabriele Salvatores comincia ad affermarsi come regista, sul palco del Derby Enzo Jannacci si alterna con una nuova classe di giovani comici capitanata da Diego Abatantuono. Gaber con "i capelli vaporosi" e il suo incedere dinoccolato è uno dei fuochi intorno a cui si radunano i giovani. Maestro generoso e artista severo, Gaber li accoglie, li incita, li guida, a volte perde le staffe. Alloisio, protagonista e testimone di quella stagione unica, di ricordo in ricordo, ci fa conoscere Gaber "come persona": al ristorante con gli amici, mentre scherza con Battiato o Calasso; alle prese con il testo di una canzone, o l'intonazione di un monologo; o mentre dirige, come regista, la moglie Ombretta. E di nuovo sul palco, stoico e beffardo, nonostante la malattia avesse già iniziato a manifestarsi.

Primo Levi. Una vita
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Thomson, Ian - Gallitelli, Eleonora

Primo Levi. Una vita

UTET, 21/11/2017

Abstract: Nel luglio 1986 Ian Thomson, un giovane giornalista inglese già autore di interviste a scrittori italiani come Calvino, Moravia o Natalia Ginzburg arriva a Torino per incontrare Primo Levi. L'autore di Se questo è un uomo ha quasi sessantotto anni, la barba ben spuntata e gli occhiali con la montatura di metallo. Le maniche della camicia arrotolate rivelano il tatuaggio sull'avambraccio sinistro con il numero 174517 ma nonostante lo spettro di Auschwitz che aleggia per la stanza, Thomson racconta di un uomo serio e dolce allo stesso tempo, che parla con generosità di chimica e alpinismo, editoria e fantascienza, dando vita a una conversazione piena di un'allegria inaspettata. Nove mesi dopo, l'11 aprile 1987, Levi si suicida gettandosi nella tromba delle scale della sua casa di Torino. Un evento tragico in cui si enuclea il più profondo dramma del Novecento. Non solo l'Italia ma il mondo intero è sconvolto dalla perdita di un uomo con "lo spessore morale e l'equilibrio intellettuale di un titano del Ventesimo secolo" come lo definisce Philip Roth. Ian Thomson ha passato più di cinque anni inseguendo parenti, amici o semplici testimoni: annota oltre 300 testimonianze, raccoglie immagini, consulta fonti di archivio. Da questo lungo lavoro di scavo esce un ritratto complesso di Levi, che prova a sbrogliare la matassa di una vita trascorsa fra la chimica e la letteratura, la fabbrica e la macchina da scrivere. Thomson, evitando di schiacciarsi sull'autobiografia finzionale costruita da Levi stesso e aggirando la sua nota riservatezza, ricostruisce il suo rapporto con la famiglia, la passione per la montagna, la storia dei rifiuti editoriali e infine formula alcune ipotesi riguardo il suicidio. Finalmente tradotta in Italia, la biografia definitiva dello scrittore italiano che più di ogni altro ha saputo interrogare in profondità la storia oscura del Novecento. "Lo scrittore, il chimico. L'amante della montagna, il partigiano. Il deportato. Queste e tante cose è stato Primo Levi" - la Lettura, Corriere della Sera. "Come scrivere della vita di un tale uomo? Thomson l'ha fatto con grande rispetto... Talvolta la sua discrezione lascia di stucco." - Anthony Grafton, The New York Times. "Un capolavoro per il suo garbo e le sue rivelazioni." - James Hamilton-Paterson "Ian Thomson ha fatto una quantità prodigiosa di ricerche e offre una notevole mole di materiale biografico inedito... Molto convincente." - The New York Review of Books

La cultura ci rende umani
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Mosca, Marta - Mastrocola, Paola - Lingiardi, Vittorio - Eskenazi, John - Amselle, Jean-Loup - Allovio, Stefano - Albinati, Edoardo - Favole, Adriano

La cultura ci rende umani

UTET, 06/02/2018

Abstract: Mai come negli ultimi anni la parola cultura è sembrata tanto opaca e fuori fuoco. Ostaggio delle istituzioni e dei ministeri, comodo bersaglio dei paladini del "popolo", passe-partout di una promozione sociale tutt'altro che garantita e perfino categoria del marketing. Eppure, niente come la produzione di cultura caratterizza la specie umana; è la cultura a dare forma, insieme alla biologia, sia alla traiettoria evolutiva di Homo sia alle nostre esistenze individuali. Cultura è, citando Max Weber, la rete di significati in cui siamo immersi, una rete che ha preso forma ben prima dell'avvento del web. Se è vero che la cultura non salva nessuno, resta essenziale che la costruzione di persone più libere e società sostenibili passi attraverso un confronto col nostro variegato patrimonio culturale: certo questo comporta fatica, ma è proprio al verbo latino colere, "coltivare", che va ricondotta l'etimologia della parola. In questo libro, otto autori di varie discipline si misurano con le sfumature, le contraddizioni, la rilevanza della cultura. O meglio, delle culture. Otto diversi sguardi sul mondo che l'uomo ha plasmato: dai nuovi paradisi museali di Abu Dhabi sotto la lente di Jean-Loup Amselle al racconto di John Eskenazi sull'origine dell'arte del Gandhara, passando per le questioni di genere e di discriminazione sessuale affrontate da Vittorio Lingiardi e le sfide che attendono la scuola del futuro secondo Paola Mastrocola. Scopriamo così, insieme a Edoardo Albinati, che si può leggere Dante a dei detenuti stranieri e percepire il lampo della loro intelligenza. Con Adriano Favole, che la cultura ha un peso: 50 kg per metro quadrato di crosta terrestre - l'ammasso dei manufatti umani degli ultimi undicimila anni. Che nella nostra storia mescolanze e migrazioni sono la regola, e non l'eccezione, come scrive Marta Mosca. E che da quando esistiamo non facciamo che modificare, incidere, produrre segni: "Non sono una capra", risponde un vecchio Mangbetu alla domanda di Stefano Allovio sul significato dei suoi tatuaggi. Come a dire: finché posso plasmarmi, sono un essere umano. Interventi nel libro: EDOARDO ALBINATI La cultura come riscatto? STEFANO ALLOVIO Plasmare l'umano. Dalla preistoria ai riti di iniziazione JEAN-LOUP AMSELLE Il museo come nuova forma di narrazione culturale JOHN ESKENAZI Il Buddha e Alessandro Magno ADRIANO FAVOLE Sui limiti della cultura. Prometeo ai tempi dell'Antropocene VITTORIO LINGIARDI Si nasce o si diventa? Come orientarsi tra generi e identità PAOLA MASTROCOLA Cultura e scuola: sinonimi o contrari? MARTA MOSCA Umane mescolanze. Dopotutto, chi siamo?

Il bene possibile
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Nissim, Gabriele

Il bene possibile

UTET, 27/02/2018

Abstract: Nel flusso incessante di crimini e ingiustizie che ogni giorno ci raggiunge attraverso mass media e social network, ci capita spesso di aderire a passeggeri moti di indignazione collettivi; in fondo è facile, e non ci costa nulla. Ben più difficile sembra invece schierarsi davvero, prendere posizione con il rischio di rimetterci in prima persona, riconoscere le scelte e le azioni giuste da opporre agli abusi che vengono compiuti davanti ai nostri occhi. Che cosa può fare, allora, chi vuole concretamente cambiare le cose? Secondo il Talmud ogni generazione conosce trentasei zaddiqim nistarim , i "giusti nascosti" che impediscono la distruzione del mondo. Con la memoria dei fatti del Novecento e lo sguardo rivolto al nostro presente, possiamo dire che per fortuna sono molti di più: non solo chi si oppose all'Olocausto, ma anche il colonnello sovietico Stanislav Petrov, che scongiurò una guerra atomica con gli Stati Uniti a costo di inimicarsi il suo stesso paese, o Hamadi ben Abdesslem, la guida tunisina che nel 2015, durante un attacco terroristico, ha scortato verso l'uscita del Museo del Bardo quarantacinque turisti italiani. Gabriele Nissim ci racconta queste e molte altre storie esemplari, con sapienza affabulatoria e persino una punta di ironia: "Perché i santi e gli eroi esistono solo nella nostra fantasia, mentre è stimolante scoprire che uomini normali, con gli stessi nostri difetti, sono stati capaci di compiere atti di coraggio in modo sorprendente e inaspettato". Alternando alle storie gli insegnamenti di Socrate, Marco Aurelio, Hannah Arendt, Etty Hillesum, Willliam Shakespeare o Baruch Spinoza, Il bene possibile ci mostra come l'esercizio del pensiero, della capacità critica e dell'empatia siano condizioni necessarie e sufficienti non soltanto per dirci umani, ma per restarlo nei momenti più difficili. E che la scelta non è tra un presunto Bene superiore e le piccole convenienze personali, né tra l'eroismo e l'accettazione passiva degli eventi. In verità, il giusto è semplicemente chi agisce per salvare una vita, anche se non ha nessuna possibilità di salvare il mondo intero. Lo fa comunque, perché è giusto farlo. "Dobbiamo abituarci a pensare che può diventare un uomo giusto chi è un imbroglione nella vita, chi ha abbracciato l'ideologia più assurda, chi aiuta gli altri senza mai volere rinunciare ai suoi piccoli vizi, chi vive nel modo più disordinato, chi apparentemente si presenta come il peggiore egoista. Non importa quello che faceva prima, ma come si è trasformato. Non esiste sulla faccia della terra un bene puro, ma sempre un bene fragile e contraddittorio." "Il bene possibile di Gabriele Nissim è un viaggio nella luce della storia occidentale" - Fiona Diwan, Il Foglio "Né santi, né eroi, soltanto Giusti. Il bene spiegato ai giovani d'oggi" - Antonio Ferrari, Corriere della Sera "Nissim racconta storie nascoste o sepolte nelle cantine della memoria" - Corriere della Sera

Un veneziano alla corte Moghul
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Moneta, Marco

Un veneziano alla corte Moghul

UTET, 13/02/2018

Abstract: Primi giorni di gennaio 1656: un veliero dell'East India Company getta l'ancora nel porto di Surat, India occidentale. Tra la folla di mercanti e avventurieri europei sbarca anche un ragazzino italiano: si chiama Nicolò Manucci, ha diciott'anni. Ne aveva solo quindici quando è partito da Venezia, nascosto nella stiva di una tartana diretta a Smirne, in fuga dalla vita misera e limitata dei genitori verso quello che è ormai il sogno orientale di ogni viaggiatore: l'India. Per raggiungerla ha attraversato l'Impero ottomano e la Persia, toccando Ragusa, Bursa, Esfahan e Hormuz. A vederlo così, mentre si aggira per la cittadina masticando sospettoso la foglia di betel che gli hanno appena offerto, è difficile immaginare il futuro che lo aspetta. Eppure questo ragazzo ingenuo e spericolato vivrà per decenni fianco a fianco con gli uomini che hanno in mano il destino dell'India: i Moghul. Colta al volo l'occasione di introdursi nella corte di Delhi - dove ha sede il celebre Trono del pavone costellato di diamanti -, sarà soldato, cortigiano, medico, diplomatico, e infine narratore della propria storia. A partire dalla Storia do Mogor di Manucci e da uno studio diretto dei documenti, Marco Moneta ricostruisce per intero le peripezie di questa sorta di Candido veneziano: un racconto che ci porta in viaggio nel Deccan e a Goa, a Madras e a Golconda, con l'esuberanza del romanzo picaresco e il dettaglio prezioso di una miniatura. Conosciamo così il principe filosofo Dara Sîkoh, il suo spietato fratello Aurangzeb, il maharaja ribelle Shivaji e tutta una schiera di principi, principesse, sultani, eunuchi, mercanti, gesuiti, santi sufi, funzionari britannici e francesi, missionari cappuccini. Un veneziano alla corte Moghul coniuga la tradizione dei viaggiatori-scrittori come Marco Polo e Matteo Ricci e i grandi affreschi storici sull'Asia di Peter Hopkirk e William Dalrymple, riportando alla luce una storia insolita e a lungo dimenticata; e soprattutto ci riconsegna lo sguardo curioso e attento di Nicolò, la sua abilità nel rimanere in equilibrio per trent'anni sul filo assai sottile tra il vecchio mondo da cui proviene e quello, nuovissimo, alieno e affascinante, che gli si spalanca davanti.

Shooting up
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Kamienski, Lukasz - Baffa, Chiara

Shooting up

UTET, 28/11/2017

Abstract: Tutte le storie di guerra, dall'antichità ai giorni nostri, sono anche storie di droga. Quasi senza eccezioni, combattenti e soldati, governi e organizzazioni militari, nel corso dei secoli, hanno sfruttato il potenziale bellico di alcol e sostanze stupefacenti. I primi furono gli opliti omerici in viaggio verso Troia, poi le truppe di Annibale, i guerrieri dell'Amazzonia e i berserker vichinghi. Nel mondo antico, oppio, funghi allucinogeni o piante con poteri energetici sono spesso parte dei riti tribali, delle cerimonie per risvegliare lo spirito guerriero. Con la nascita della "guerra moderna" e lo sviluppo degli eserciti nazionali, l'uso di droghe diventa un'abitudine diffusa. I soldati al fronte assumono calmanti per tenere a bada gli incubi e il dolore, e stimolanti per dominare la paura e trovare la forza per andare all'attacco. I vertici militari spesso fingono di ignorare o addirittura agevolano la diffusione di sostanze psicotrope tra le truppe. La droga diventa un'arma a tutti gli effetti. Dalla diffusione della cocaina tra i piloti francesi e tedeschi durante la prima guerra mondiale, all'utilizzo del Pervitin con cui la Wehrmacht sbaragliò le resistenze di mezza Europa con incursioni lampo, dall'abuso di psicofarmaci ed eccitanti dei marines in Vietnam, agli esperimenti con l'LSD durante la guerra fredda, fino ai miscugli di polvere da sparo ed eroina sniffati dai soldati bambino in Africa, ¿ukasz Kamie¿ski osserva i campi di battaglia da un'inedita prospettiva. Un punto di vista tanto eccentrico quanto imprescindibile per comprendere le dinamiche di ogni conflitto armato. Shooting Up è il primo libro che esplora gli infiniti modi in cui le droghe vengono utilizzate dagli stati e dai loro eserciti nella storia. "Questa analisi approfondita dello "sballo" al fronte è in larga parte una storia mai raccontata. La storia del ruolo giocato dalla droga attraverso i secoli a supporto di truppe e battaglioni, e quella del ruolo che avrà nelle battaglie di domani. Shooting up è indubbiamente destinato a diventare un classico." - Christopher Coker, professore di relazioni internazionali alla London School of Economics "Kamie¿ski dimostra una notevole capacità di approfondimento, riuscendo allo stesso tempo a coinvolgere il lettore... il risultato è un'indagine solida e avvincente." - Publishers Weekly "Affascinante, ricco di dettagli e sorprendentemente sobrio...uno studio accurato e completo." - The Sunday Times "In Shooting up Kamie¿ski analizza la devastazione provocata tra i civili dall'uso militare della droga. Non ci sono espliciti messaggi pacifisti ma la sua posizione è chiara: "la guerra può essere considerata come un narcotico, e parteciparvi o avervi partecipato può portare a una dipendenza dalle vere droghe"." - The Guardian

Rumore
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Bathurst, Bella - Gallitelli, Eleonora

Rumore

UTET, 13/03/2018

Abstract: "Nell'estate del 1998 era ormai chiaro che il mio udito aveva qualcosa che non andava. Non avvenne all'improvviso - non passai dal cento al settanta o al cinquanta per cento nel giro di una settimana - ma pian piano, talmente piano che quasi non mi accorsi che stesse accadendo, il suono si dileguò." Bella Bathurst perde il pieno utilizzo dell'udito. Non completamente, ma abbastanza da non riuscire a seguire un discorso senza concentrarsi sulle labbra del suo interlocutore o a cogliere un suono alle sue spalle. I rumori che prima scandivano la sua vita si trasformano in un brusio costante, in un'onda sonora indistinta. Rispondere al telefono, ordinare al ristorante, uscire con gli amici: ogni azione, anche la più semplice, diventa faticosa; ogni situazione può essere fonte di imbarazzo e umiliazione. Mentre la sordità rimodella il suo mondo, Bella Bathurst inizia a documentarsi: raccoglie ricerche mediche e studia gli apparecchi acustici, rintraccia racconti di musicisti rock, testimonianze di militari e operai dei cantieri navali, che hanno perso gradualmente l'udito. Studia la diffusione dei problemi acustici e la percezione che di questi problemi hanno gli udenti, analizza il modo in cui il suono definisce il nostro rapporto con gli altri. Finché un giorno dell'estate del 2009, la sua vita cambia nuovamente. Durante una visita di controllo, la dottoressa le parla di un nuovo impianto che si può inserire nell'orecchio interno, tramite un'operazione chirurgica. Pochi mesi dopo è in una città francese in attesa dell'intervento che le restituirà l'udito. In Rumore Bella Bathurst ripercorre la parabola, tanto drammatica quanto rara ed emozionante, della sua esperienza dentro e fuori da un mondo senza suoni. Il risultato è un memoir delicato e toccante, che ci costringe a rivalutare il nostro rapporto con il rumore e il silenzio. "L'intenso racconto di come la sordità può cambiare una vita." ¿ Marion Coutts, The Observer "Un inno al dono dell'udito, intonato da chi l'ha avuto, l'ha perso e poi insperabilmente ritrovato; scritto con passione e intelligenza, con una quantità di informazioni di cui si sa pochissimo. È un'opera importante e coraggiosa... che inquieta, coinvolge e infine lascia sollevati." ¿ Rupert Christiansen, Literary Review "Una scrittura che chiama a raccolta tutti i sensi... un libro che incanta e commuove. Farà del bene a chi conosce il problema da vicino, e ancora di più a chi non lo conosce." ¿ Katy Guest, Financial Times "Bathurst è una scrittrice vera e una ricercatrice infaticabile, che intreccia la sua storia personale con gli studi più interessanti riguardo al suono e al nostro udito. Ogni capitolo è uno scrigno di sorprese. Dopo aver letto questo libro, mi sono scoperta ad ascoltare suoni e rumori con una sensibilità nuova." ¿ Alice O'Keefe, The Guardian "Un libro straordinario... risuonerà a lungo dentro di voi dopo che avrete voltato l'ultima pagina." ¿ The Mail on Sunday "Questa è una storia vera, la storia di una cancellazione, di un'immersione forzata nel silenzio" - La Repubblica

Le caffettiere dei miei bisnonni
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Alessi, Chiara - Kubota, Yoshiko

Le caffettiere dei miei bisnonni

UTET, 10/04/2018

Abstract: Che cosa definisce un'icona nel design? Quando nasce, e per mano di chi? Che differenza c'è tra icona e archetipo? E tra icona e tormentone? Si può prevedere che un oggetto diventerà un'icona? E come può un prodotto perdere il suo valore iconico? Partendo dall'evocazione di una memoria intima, privata, l'autrice ripercorre le storie di due famiglie determinanti nell'evoluzione storica del design e delle sue icone. Chiara Alessi, infatti, è cresciuta circondata da oggetti di design, a pochi passi dalle fabbriche dei suoi bisnonni: Alfonso Bialetti, inventore della moka, e Giovanni Alessi Anghini, fondatore dell'omonima centenaria azienda di casalinghi. Amici, concorrenti e consuoceri, Bialetti e Alessi possono essere considerati i nonni delle icone, e forse, in un certo senso, anche i padri nobili di un'importante fetta della produzione di cultura materiale. Dopo di loro molti designer hanno arricchito la storia del disegno industriale di oggetti di culto: la Fiat 500 disegnata da Giacosa, la lampada Falkland di Munari, la libreria Carlton di Sottsass, lo spremiagrumi di Starck... Se è facile rintracciare pezzi iconici nei cataloghi del passato, appare sempre più complesso individuarne alcuni tra la produzione contemporanea. Ma non siamo noi a non essere più in grado di progettare icone di design, ci dice Chiara Alessi. Attraverso un'attenta analisi, e allargando la questione all'ambito della moda e della musica, individua nei cambiamenti endemici del momento contemporaneo il nodo del problema: il cambio di paradigma che ci troviamo a vivere impone la ricerca di nuovi strumenti di lettura, più adeguati, capaci non solo di fornirci una nuova prospettiva sulla realtà ma, soprattutto, di aiutarci a comprenderla. "Un must per chi si occupa di design e ama capirlo come fenomeno culturale, sociale, economico e antropologico." - Laura Traldi, "D" di "Repubblica" su Dopo gli anni Zero "Molto utile per capire l'originalità del modello italiano, in cui non c'è un uomo solo (il designer) al comando, ma si realizza un'integrazione profonda tra industria e creatività. Io penso che le cose stiano come dice Alessi." - Dario Di Vico, "Corriere della Sera" su Design senza Designer "Inevitabile per gli addetti ai lavori, utile per gli appassionati." - Aurelio Magistà, "Il Venerdì" di "Repubblica" su Dopo gli anni Zero

Ritratto della scrittrice da giovane
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Woolf, Virginia - Cane, Andrea

Ritratto della scrittrice da giovane

UTET, 05/12/2017

Abstract: "Negli anni che vanno dal 1896 al 1912, Virginia, che è nata nel 1882, è prima un'adolescente, sviluppa poi in una giovane ragazza e nel 1912 infine diventa una donna vivace, allegra, divertita, a volte annoiata, per lo più manifestamente eccitata, travolgente nella sua ironia, e spiritosa, altre volte malinconica, afflitta com'è da dolori e lutti che l'esistenza non le risparmia. Sono la sua iniziazione alla vita, al ritmo alternato di gioia e dolore che ne segnano il tempo. C'è molta gioia, eccitazione, tenerezza e felicità, e c'è molta bellezza; ma c'è anche molta angoscia e molta apprensione e molta infelicità nell'esperienza del vivere. Virginia Stephen sente la gioia e soffre il dolore e cresce." Dalla prefazione di Nadia Fusini

Alberi sapienti, antiche foreste
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Zovi, Daniele

Alberi sapienti, antiche foreste

UTET, 24/04/2018

Abstract: Dai larici dell'altopiano di Asiago alla foresta pietrificata di Dunarobba, alla scoperta di un nuovo modo di osservare e capire la natura che ci circonda. "Se si sta dentro un bosco in posizione di ascolto, prima o poi si avverte, si intuisce la presenza di un flusso di energia che circola tra i rami, le foglie, le radici. Talvolta è un sussurro, altre volte strepiti e grida. È come se le piante parlassero tra loro." Camminatore infaticabile e sensibilissimo osservatore della natura, Daniele Zovi, negli anni, questi suoni ha imparato ad ascoltarli e interpretarli: ha attraversato i sentieri che tagliano i boschi alpini di conifere, ha perlustrato le antiche foreste croate e slovene, si è arrampicato fino alle cime dei Picos de Europa, in Spagna, ha contemplato il più vecchio eucalipto al mondo, il Giant Tingle Tree, in Australia; seguito i semi dell'abete rosso vorticare nel vento prima di atterrare sulla neve o la chioma contorta di secolari pioppi bianchi grandi come piazze; ha rincorso le specie pioniere, gli alberi coloni che si sviluppano in territori abbandonati; analizzato cortecce e radici, fronde e resine... Un bosco, ci dice, non è solo l'insieme degli alberi che lo compongono, e neppure la somma di flora e fauna. Un bosco è il risultato di azioni e reazioni, alleanze e competizioni, crescita e crolli. Un mondo mobile, che sebbene continuiamo a sforzarci di studiare e catalogare, limitare e controllare, resterà sempre un selvaggio, vibrante spazio di meraviglia. Zovi guida il lettore in questo spazio, addentrandosi sempre più nel folto della foresta, alla ricerca dello spirito del bosco. Una ricerca che, pagina dopo pagina, appare sempre più come una ricerca del nostro spirito. "Un libro sorprendente" - Rossella Sleiter, il Venerdì di Repubblica "Una lettura appassionante" - La Stampa "Alberi sapienti, antiche foreste è un vero e proprio manuale d'amore che ci accompagna nel folto delle selve alla ricerca dello spirito del bosco. Ricerca che, pagina dopo pagina, ci conduce sulle tracce del nostro stesso spirito." - Giuseppe Festa, Robinson "Da uno dei maggiori esperti di foreste, conoscitore delle più antiche distese d'Europa, un volume affascinante sui sensi delle piante, sulla loro intelligenza." - Sabina Minardi, L'Espresso "Farsi guidare in un bosco da Daniele Zovi è come esplorare il Polo Nord con la Regina dei ghiacci o la giungla con Mowgli" Vanity Fair

Vie di fuga
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Favole, Adriano

Vie di fuga

UTET, 15/05/2018

Abstract: In questi anni in cui muri, piccole patrie e nostalgie nazionaliste attirano sempre più sostenitori, il sogno di una convivenza interculturale sembra minacciato. Eppure, è difficile immaginare culture felicemente autosufficienti. Ma perché? È davvero impossibile restare chiusi nelle culture in cui ci formiamo? Può sembrare una domanda scontata, ma la risposta non lo è affatto. Anzi: secondo Adriano Favole, questo è un vero e proprio giallo antropologico. Da ben prima dell'invenzione di internet, infatti, nessuna cultura, nemmeno la più isolata, è mai stata impermeabile alla diversità e agli scambi, come dimostra per esempio la storia dell'Oceania, un continente che è in realtà un "mare di isole" unite, e non separate, dall'acqua. Oggi, nell'era dell'iperconnessione globale, è evidente che l'esaltazione della propria identità si trasforma sempre e per tutti in una gabbia, ma d'altra parte anche una generica invocazione alla tolleranza e al rispetto per l'altro non è priva di conseguenze: la paura di offendere e di sembrare razzisti può condurci a una nuova, più sottile apartheid, a una specie di educata indifferenza. Come antidoto, Favole ci invita a percorrere insieme a lui un viaggio sulle tracce di chi ha fatto della fuga dalla propria cultura una scelta, un'arte o uno strumento di conoscenza: esploratori, eremiti, sciamani, emigranti, naturalisti, rugbisti polinesiani, antropologi e geniali pensatori come Jonathan Swift. Le loro storie ci insegnano che le Vie di fuga non sempre conducono in paesi lontani: il teatro, la festa, il gioco, il rito, la satira, sono modi creativi di mettere in discussione l'ordinaria percezione della realtà e le abitudini che governano le nostre vite, necessari per ampliare il nostro campo visivo, senza per questo rinunciare al nostro orizzonte. Perché se le fughe si risolvono spesso con un ritorno a casa, si può tornare ad abitare la propria cultura con una diversa consapevolezza. 1. SULLA LINEA DI PARTENZA Fuggire dalla roccia della cultura 2. I DONI DI PROMETEO Cosa sono (e soprattutto cosa non sono) le culture 3. IL GALLO DI JACQUELIN E. ovvero la connivenza contro l'identità 4. L'INCOMPLETEZZA DELLA CULTURA Tra arabi danzanti e rugbisti polinesiani 5. I TERRIBILI MOSTRI DELLA NUOVA GUINEA Il rito, il teatro, il gioco e altre vie di uscita 6. UNA MODESTA PROPOSTA La via di fuga della satira 7. "NON SIAMO PIÙ NOI, MA SIAMO ANCORA NOI" La creatività e l'arcipelago delle culture 8. IL COLTO E L'INCOLTO La crisi come via di fuga

Faccetta nera
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Petacco, Arrigo

Faccetta nera

UTET, 08/05/2018

Abstract: "Se per il resto del mondo l'Abissinia era soltanto una curiosità enigmistica", scrive Arrigo Petacco, "per gli italiani aveva una collocazione di rilievo nell'immaginario collettivo. Tutti sapevano come e dove trovarla sulla carta geografica, e bastava nominarla per evocare luoghi fiabeschi, sentimenti intrisi di malinconia e desideri inespressi." Anche per questo motivo, nei primi mesi del 1935, moltissimi giovani accolsero con entusiasmo la mobilitazione delle nostre forze armate per la guerra contro l'ultimo stato africano indipendente, che nessuno chiamava ancora Etiopia: in 50000 si arruolarono volontari. I nomi esotici di Asmara, Macallé, Addis Abeba promettevano un futuro avventuroso, e la radio, i giornali, i cinema, perfino i pacchetti di sigarette traboccavano di messaggi di propaganda. Faccetta nera, canzone popolare divenuta involontariamente inno di regime, è la colonna sonora di un'epoca: una marcetta che canta il colonialismo come liberazione di popoli schiavi e allude all'unione tra italiani e abissine, in un misto di goliardia e ingenuo paternalismo che ben presto lasciò il posto al razzismo scientifico e alla brutalità della guerra. Eppure, la storia dell'illusione coloniale italiana non coincide e non comincia con il fascismo: matura molto prima, nei progetti della neonata Italia unita, che rivendica il suo "posto al sole" al pari delle altre nazioni europee. È una storia contraddittoria e ricca di suggestioni. Petacco ce la racconta per intero, dalle prime manovre strategiche negli anni ottanta dell'Ottocento alla resa finale di Amedeo d'Aosta nel novembre 1941. Nel suo racconto ritroviamo gli episodi e i personaggi cruciali: l'incidente di Dogali e la disfatta di Adua; il negus vincitore, Menelik, e lo sconfitto Hailé Selassié; i viceré Badoglio e Graziani. Respiriamo l'atmosfera dei luoghi, tra le rocce dell'Amba Alagi e le sabbie dell'Amba Aradam; vediamo sfilare gli ascari e i dubat cammellati, con i loro turbanti bianchi; sentiamo il ronzio dei cacciabombardieri. Ma soprattutto, grazie all'equilibrio e al garbo narrativo di un maestro della divulgazione storica, abbiamo modo di capire meglio ambizioni e speranze di quegli italiani, di ogni provenienza o estrazione sociale, che misero le proprie vite al servizio del nostro effimero sogno coloniale, l'Africa orientale italiana, l'impero più breve di sempre.

La felicità non sta mai ferma
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Garbarino, Chiara

La felicità non sta mai ferma

UTET, 22/05/2018

Abstract: Leonardo, che ancora nella pancia scalcia così forte da staccare la cartilagine di una costola a Chiara ("In trent'anni di lavoro non ho mai visto una cosa del genere", dice il radiologo). Leo, che da neonato piange senza sosta e dorme pochissimo; che appena impara a usare le mani vuole smontare le prese elettriche e appena impara a camminare corre e sbatte dappertutto. Leo, che al parco giochi spinge e picchia gli altri bambini, e non si capisce perché. Come mai non si calma, come tutti (nonni, pediatri, maestre d'asilo) assicurano che farà, col tempo? Perché Chiara non riesce in nessun modo a farlo comportare da "bravo bambino"? Forse hanno ragione in paese, dove in tanti reputano Leo un teppistello maleducato e lei una cattiva madre? Leo non sembra un bambino ma due: uno è ribelle, agitato, non sta fermo un attimo e non ubbidisce, ha reazioni imprevedibili e a volte violente; l'altro è dolce, intelligente, capace di dare attenzioni e ricevere affetto. Con l'aiuto di una psicologa infantile, Chiara scopre che Leo soffre del disturbo da deficit di attenzione e iperattività (ADHD), una sindrome di cui si sa ancora molto poco, nelle famiglie e nelle scuole, nonostante le diagnosi si stiano in questi anni moltiplicando. Oggi che Leo ha dieci anni, che ha degli amici a scuola e fuori, che suona la batteria e gioca a basket, Chiara ha deciso di raccontare la loro storia, così che sempre meno genitori si ritrovino smarriti di fronte a questi bambini, sempre meno insegnanti li trattino come piccoli delinquenti, sempre meno persone li giudichino, li isolino, non li capiscano. "ADHD: quando pronuncio queste quattro lettere c'è sempre qualcuno che mi guarda come se parlassi di una malattia infettiva, o di una branca deviata dei servizi segreti. A volte mi capita di dire soltanto: "Mio figlio è iperattivo", ma anche quella è una parola complessa, che contiene tanto dolore e tanta bellezza nello stesso tempo."

Animazione. Una storia globale
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Bendazzi, Giannalberto

Animazione. Una storia globale

UTET, 05/12/2017

Abstract: Tre secoli di animazione, una storia planetaria. La definitiva cartografi a di quel vasto mondo che ormai, con il successo di colossi come Pixar e Dreamworks e la diffusione del 3D e degli effetti speciali digitali, sembra diventato il paradigma del cinema contemporaneo. Giannalberto Bendazzi ricostruisce la storia dell'animazione a partire dalle origini - flipbook (i popolari libretti che si animavano sfogliandoli), lanterne magiche, teatro d'ombre, fuochi d'artificio... - fino alle ultime evoluzioni, digitali e di massa; ci guida alla scoperta del cinema d'animazione in tutto il mondo, dalla Russia all'America Latina, dall'Africa all'Asia, dal Giappone agli Stati Uniti; e presenta al grande pubblico tutta una schiera di artisti finora poco conosciuti, che meritano un posto a fianco dei celeberrimi Walt Disney, Miyazaki Hayao, Bruno Bozzetto, Osvaldo Cavandoli, Tex Avery, Hanna & Barbera, John Lasseter. ""Monumentale" è la sola parola adatta a descrivere questa esaustiva storia dell'animazione mondiale." - Leonard Maltin "Questo è forse il libro definitivo sulla storia dell'animazione? No, non potrà mai esistere una cosa simile. Però ci va dannatamente vicino." - Jerry Beck "La storia dei cartoon in un'opera monumentale" - la Repubblica

Come non scrivere. Consigli ed esempi da seguire, trappole e scemenze da evitare quando si scrive in italiano
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Giunta, Claudio

Come non scrivere. Consigli ed esempi da seguire, trappole e scemenze da evitare quando si scrive in italiano

UTET, 30/01/2018

Abstract: Un professore di italiano d'eccezione, un anti-manuale di scrittura inimitabile e amatissimo. Al lavoro: schede, memorandum, presentazioni. A scuola: temi, tesine, relazioni. Nel privato: post su Facebook, email personali, chat sul cellulare. Sarà anche l'epoca degli audiovisivi e della comunicazione in tempo reale, ma non abbiamo mai scritto tanto. E più dobbiamo scrivere, meno sembriamo capaci di farlo. Ma, mette subito in chiaro Claudio Giunta all'inizio del libro, "non s'impara a scrivere leggendo un libro sulla scrittura, così come non s'impara a sciare leggendo un libro sullo sci. Bisogna esercitarsi: cioè leggere tanto (romanzi, saggi, giornali decenti), parlare con gente più colta e intelligente di noi e naturalmente scrivere, se è possibile facendosi correggere da chi sa già scrivere meglio di noi". E quindi? Non potendo insegnare come si scrive, Claudio Giunta prova a spiegarci come non si scrive, passando in rassegna gli errori, i tic, i vezzi, le trombonerie e le scemenze che si trovano nei testi che ogni giorno ci passano sotto gli occhi: dall'antilingua delle circolari ministeriali alle frasi fatte dei giornalisti, dal gergo esoterico degli accademici e dei politici al giovanilismo cretino della pubblicità... Ma in questo slalom tra sciatterie e castronerie Giunta trova per fortuna il modo di contraddire la sua dichiarazione iniziale, perché insegnare Come non scrivere significa anche dare delle utili indicazioni su come si scrive: per ogni cattivo esempio se ne può trovare uno buono da opporgli, per ogni vicolo cieco argomentativo c'è una via di fuga creativa, e spesso basta un punto e virgola per risolvere una frase ingarbugliata. In questo anti-manuale spregiudicato, arguto e divertente, nella tradizione di Come si fa una tesi di laurea di Umberto Eco ma aggiornato all'era di Google, scopriamo che per scrivere bene bisogna ripartire da un po' di affetto per la nostra bistrattata lingua italiana, ma soprattutto bisogna tenere a mente poche regole di buon senso: se scriviamo lo facciamo perché qualcuno ci legga, capisca quel che vogliamo dire e, se possibile, non si annoi a morte. Sembra facile, no? "Un vademecum istruttivo e divertente." - Paolo Di Stefano, Corriere della Sera "Un anti-manuale che insegna a scrivere in modo corretto passando in rassegna gli errori, i tic e i vezzi dei testi che incontriamo ogni giorno... Ci aiuta a comunicare in maniera veloce ed efficace senza essere mai banali." - Donna Moderna "Un testo ricchissimo in cui ragiona con autorevolezza, umorismo e senza arroganza su che cosa sia la lingua e come la trattiamo." - Il Foglio "Come non scrivere di Claudio Giunta parte da un'interessante inversione del discorso: spiega come scrivere bene evitando di scrivere male." - Giorgio Fontana, Il Tascabile "Trecentoventicinque pagine pensate per i propri studenti alle prese con le tesi di laurea, ma rivolte anche a impiegati, manager, giornalisti, giudici, politici, professori e chiunque debba confrontarsi con la scrittura di testi, dalle semplici email ai saggi scientifici." - Valeria Strambi, la Repubblica

L'IVA funesta
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Romanin, Fulvio

L'IVA funesta

UTET, 20/02/2018

Abstract: È possibile essere un lavoratore autonomo senza giocarsi il capitale, la salute e il senso dell'umorismo? "Non fatevi fregare con la storia della partita IVA: non otterrete mai un mutuo, non andrete mai in vacanza, non metterete mai su famiglia. Ma che, scherziamo? Fatture e preventivi, codici ATECO e regimi forfettari, SOW e anticipi sulle tasse, trovare i clienti, mantenere i clienti, farsi pagare dai clienti... in Italia? Di questi tempi?" E invece si può. Fulvio Romanin ha più di quindici anni di esperienza di partita IVA "al massimo della pena". Ha (più o meno) capito come si fa, e soprattutto ha sperimentato a sue spese come non si fa. Ed è ancora vivo, vegeto e di ottimo umore. Perché tenere una contabilità immacolata e un archivio dei contratti impeccabile non significa per forza rinunciare al divertimento e alla serenità - casomai il contrario. In questo irresistibile manuale semiserio, con semplicità e precisione, Romanin riesce in un piccolo miracolo: spiegare bene le cose complicate, evidenziare le difficoltà, discutere i dettagli burocratici e legali, ma senza perdere l'ironia. Oggi il popolo delle partite IVA è un esercito variegato, quasi una classe sociale. Non solo i venerati professionisti degli albi, avvocati, commercialisti, giornalisti, ma anche molti lavoratori precari del settore dei servizi come grafici, sviluppatori, redattori, designer, sono stati costretti a fare i conti con l'IVA funesta. Leggere questo libro è il primo passo per sopravvivere alle difficoltà del lavoro autonomo senza giocarsi il capitale, la salute e il senso dell'umorismo. "Un manuale in cui parole come fatture, contratti e contabilità strappano sorrisi" - Rossana Campisi, il Venerdì di Repubblica

LSD
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Codignola, Agnese

LSD

UTET, 10/04/2018

Abstract: 19 aprile 1943. Albert Hofmann, chimico in forze all'azienda farmaceutica Sandoz di Basilea, inforca la bicicletta e si avvia verso casa. Sembra un giorno come un altro, se non fosse che ha appena assunto 250 microgrammi di dietilammide-25 dell'acido lisergico, un composto da lui stesso sintetizzato nella ricerca di uno stimolante della circolazione sanguigna. Ciò che accade durante il tragitto sconvolge la sua nozione del reale: visioni coloratissime, meravigliose e mostruose, percezioni di realtà parallele, terrori, euforie. È nato l'Lsd. Hofmann coglie subito le potenzialità della sostanza, in grado di squassare l'assetto delle sinapsi e portare a una Ego dissolution, una tabula rasa dell'io che potrebbe sciogliere traumi, depressioni, emicranie, dipendenze. Per vent'anni sperimenta e contribuisce a diffondere l'Lsd nel chiuso dei circoli scientifici ma anche fuori, nel mondo che sta lentamente uscendo dall'incubo nero della guerra e che si interessa alle possibilità di questo colorato universo lisergico: non solo Aldous Huxley e le sue Porte della percezione, ma persino Cary Grant sponsorizza l'Lsd come panacea della stressante vita moderna. Forse inevitabilmente, l'Lsd guadagna popolarità e si trasforma. Anche a causa di strani scienziati-sciamani come Timothy Leary, da farmaco diventa droga simbolo della controcultura, icona della Summer of Love e ponte verso la trascendenza orientale, tra l'India dei Beatles e la follia psichedelica di Syd Barrett. E così nel 1971 addirittura l'Onu ne mette al bando la sperimentazione e l'uso, relegandolo nel limbo delle sostanze proibite. Ma non sarà la fine: sfruttando tutti i possibili cavilli legali, alcuni ricercatori sparsi per il globo continuano sotterraneamente a lavorarci, mentre le energie creative dell'Lsd influenzano Steve Jobs e gli altri moghul della Silicon Valley. Tra psicanalisti visionari e contesse inglesi dedite alla trapanazione del cranio, ragni drogati e neuroscienziati che parlano coi delfini, Agnese Codignola districa i molti fili che compongono la stupefacente storia dell'Lsd, dalle origini fino al Rinascimento psichedelico di questi anni, in cui il rivoluzionario uso dei microdosaggi e le scoperte recentissime di David Nutt e Robin Carhart-Harris sulle connessioni neurali attivate dall'Lsd stanno riaprendo la strada della sperimentazione ufficiale per il "bambino difficile" di Albert Hofmann. ------------------- "Documentatissimo e ben articolato" - Claudio Mecacci, la Lettura - Corriere della Sera "Se i libri che parlano di scienza non devono devono raccontare qualcosa che va contro pregiudizi diffusi e sbagliati, e dirci qualcosa di nuovo e intenso, questo lo fa." - Carlo Rovelli, autore di Sette brevi lezioni di fisica "LSD è uno di quei saggi per cui vale veramente l'abusata frase "si legge come un romanzo". Quella dell'LSD è una vicenda incredibile e appassionante" - Vanni Santoni, Esquire

L'invenzione di Caravaggio
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Cotroneo, Roberto

L'invenzione di Caravaggio

UTET, 03/07/2018

Abstract: Il pittore classicista Nicolas Poussin, giunto a Roma quattordici anni dopo la morte di Michelangelo Merisi detto Caravaggio, lo liquidava come una sorta di anticristo: "Era venuto per distruggere la pittura". Queste parole suonano strane, oggi che basta un solo suo quadro per decretare il successo di una mostra intera, per richiamare folle di appassionati e curiosi. Eppure, la fama che aveva accompagnato la traiettoria artistica di Caravaggio in pochi anni era svanita nel nulla, e i numerosi imitatori avevano ceduto il passo ai sempre più numerosi detrattori. La sua pittura inquieta, i violenti chiaroscuri, la tensione dionisiaca della sua arte (e della sua vita) parevano incompatibili con un mondo che dai tormenti barocchi si avviava verso il rigore apollineo del Neoclassicismo. Venne cos. dimenticato, mentre le sue opere passavano di mano in mano e gli originali finivano per confondersi con le molte copie. Ma a farlo uscire da un'eclissi lunga più di due secoli fu un giovane, geniale studioso. È il 1910. Roberto Longhi ha solo vent'anni quando sceglie di dedicare a Michelangelo Merisi la sua tesi di laurea, dando inizio a un lavoro di ricostruzione che durerà decenni. Sarà lui a risolvere l'enigma sfuggente dell'artista, a ultimare L'invenzione di Caravaggio, riportandolo al centro della storia della pittura. Longhi: lo scrittore fulminante con l'avanino a fior di labbra, capace con la sua intelligenza di donare ai dipinti una seconda vita; il connaisseur dall'occhio prodigioso, in grado di riconoscere la mano del maestro in un dettaglio secondario; l'uomo dai forti contrasti, che suscita amore e odio, ammirazione e repulsione senza mezze misure, proprio come l'artista a cui più di ogni altro ha legato il suo nome. È impossibile raccontare Caravaggio senza raccontare il critico che l'ha riscoperto, e viceversa: Roberto Cotroneo costruisce così un originale ritratto bifronte, dove i conflitti tra Caravaggio e i suoi nemici riverberano in quelli tra Longhi e i suoi rivali, Bernard Berenson e Lionello Venturi, mentre le nebbie lombarde e le ombre delle taverne romane del Seicento sfumano nella quiete fiorentina della villa Il Tasso, dove il critico viveva con Anna Banti quel loro amore che, "pur tormentato, aveva ignorato la sua perfezione".

Come organizzare una crociata
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Tyerman, Christopher - Dalla Fontana, Luisa Agnese

Come organizzare una crociata

UTET, 03/04/2018

Abstract: Nel 1190 Riccardo I d'Inghilterra spediva verso la terza crociata diecimila uomini e una flotta di cento navi che, stando alle cronache, ospitava circa cinquemila cavalli. Può sembrare un dettaglio secondario, ma per ogni animale bisognava prevedere una scorta di dodici ferri, ognuno dei quali pesava circa 350 grammi; i sessantamila ferri da cavallo necessari pesavano quindi più di 20 tonnellate. Durante la traversata ogni cavallo doveva poi essere curato, nutrito e dissetato, e ogni giorno produceva circa 50 chili di letame, che andavano smaltiti con regolarità. Ma l'epopea delle crociate è talmente densa e complessa che nei libri di storia non si arriva mai a questo livello di dettaglio: dalla chiamata alle armi del papa di turno si finisce subito sul campo di battaglia o al tavolo delle trattative, alle spartizioni e agli strascichi, agli avanzamenti e ai cambi di potere in Terra santa. In Come organizzare una crociata Christopher Tyerman, massimo esperto nel campo, dimostra che invece la verità storica (se non il diavolo o il buon Dio) sta proprio nei dettagli. Le crociate erano infatti una gigantesca macchina organizzativa e politica: non solo l'accurata scelta del casus belli e la ricerca di alleanze, finanziamenti e comandanti, ma anche l'arruolamento di soldati, la raccolta di armi, vettovaglie e cavalli e il loro trasporto dall'altra parte del Mediterraneo erano parte di una complessa organizzazione che nulla lasciava al caso, qualcosa di molto diverso dall'immagine "brancaleonesca" e stereotipata che ne abbiamo oggi. Non solo: erano un'impresa che portava l'hortus conclusus dell'Europa medievale alla scoperta di mondi lontanissimi per usi e costumi, che muoveva migliaia di persone e inventava nuovi modi per diramare notizie, fare propaganda, raccogliere tasse e disegnare mappe, e che di fatto univa e metteva a confronto i popoli proprio mentre sembrava dividerli a fil di lama. Mentre ci addentriamo nelle pagine meticolose e divertenti del libro, ricche di aneddoti e curiosità, il fenomeno storico delle crociate si libera delle tinte irrazionali e barbare con cui il razionalismo illuminista ce lo ha sempre ritratto: le "guerre di Dio" erano fondate su una particolarissima forma di razionalismo pragmatico, che per certi versi, e in modi tortuosi, avrebbe poi gettato le basi della nostra modernità. "Un libro vivace, che regala di continuo al lettore dettagli sorprendenti, aneddoti curiosi e commenti caustici." - Jessie Childs, "The Guardian" "Una miniera di dettagli logistici ordinati con virtuosismo, un'esauriente ricostruzione dei fatti delle crociate che spazza via le supposizioni passate (spesso false). Oggi che l'Occidente sembra armarsi per una nuova crociata contro lo Stato islamico, questo libro guadagna poi un'inquietante attualità." - Giles Whittell, "The Times" "Tyerman esplora in profondità il rapporto tra razionalità umana e guerre di religione, per mostrarci come sia stato proprio un ingegnoso spirito organizzativo a rendere possibile la guerra santa." - Diarmaid Macculloch, "London Review of books"

Le 101 ragioni per cui vado in bicicletta
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Angioni, Martin

Le 101 ragioni per cui vado in bicicletta

UTET, 25/09/2018

Abstract: Cosa c'è di più irresistibile di una bicicletta lanciata a tutta velocità, mentre sfreccia silenziosa all'alba, o al tramonto, in salita o in discesa, sospinta dal vento o costretta ad arrancare contro la pioggia, su una strada asfaltata o sul bagnasciuga in una giornata di inverno? Martin Angioni non ha dubbi. La bicicletta - il ritmo meccanico delle pedalate, il respiro misurato e costante, i muscoli che si tendono... - è un piacere perfetto e insostituibile, una passione da coltivare ogni giorno, chilometro dopo chilometro, per anni. Neppure nei momenti più stressanti o complicati della sua vita, quando lavorava a New York o a Parigi, Angioni ha mai rinunciato a veleggiare "sopra il maelstrom di macchine" in sella a una Trek, a una Cinelli da corsa, o su uno dei pesanti vélib' in affitto nella capitale francese. Intrecciando la sua biografia e storie di ciclismo, spunti filosofici e citazioni letterarie, l'autore elenca le 98 ragioni per cui non passa giorno senza sottoporsi a questo rituale. Il risultato è un libro insolito, in cui lo sguardo felice e allenato di Angioni sembra scoprire a ogni pagina un motivo in più per saltare in sella. Lo seguiamo mentre esalta la bellezza dei pendii alpini, o il punto di vista eccentrico e rilassato da cui osservare una metropoli; mentre elenca i benefici fisici e mentali, ma anche il valore essenziale della fatica, finché, pagina dopo pagina, anche ai non appassionati appare chiaro ciò che gli adepti sanno da sempre: la bicicletta non è solo un mezzo di trasporto ma uno strumento di conoscenza di sé e di ciò che ci circonda, un'alternativa sana e divertente alla macchina, e soprattutto un'espressione di libertà, anarchia e disciplina, senza uguali. "Una dichiarazione d'amore eterno per le due ruote." - Letizia Rittatore, Liberi tutti - Corriere della Sera