Trovati 64 documenti.
Trovati 64 documenti.
Risorsa locale
Einaudi, 11/07/2017
Abstract: A metà degli anni Settanta, guidati dal Pellegrinaggio in Oriente di Hermann Hesse, due giovani, l'italiano Matteo e la tedesca Sophie, sono arrivati in India: frequentano l'ashram di Sri Aurobindo sotto la guida ascetica e autoritaria della Madre che dirige la comunità. Sarà necessario un altro viaggio - e Sophie lo farà - per capire chi è veramente la misteriosa Madre e qual è stata la storia che l'ha portata a diventare depositaria della saggezza di Sri Aurobindo. Un viaggio per capire e per salvare il rapporto d'amore fra Sophie e Matteo. La natura ambigua dell'amore divino e dell'amore umano sono al centro di questo romanzo, che Anita Desai ha cominciato a scrivere nel 1992, durante un lungo soggiorno in Italia. I protagonisti sono due giovani europei: Matteo che, come molti altri della sua generazione, negli anni Settanta va in cerca di illuminazione spirituale negli ashram dell'India, e Sophie, una giovane donna tedesca che pur non condividendo il suo bisogno di ascetismo e preghiera decide di seguirlo per amore. Desai osserva con occhio insieme compassionevole e ironico le loro peregrinazioni esistenziali fino all'incontro con la Madre - personaggio centrale del romanzo, esplicitamente ispirato a Mirra Alfassa, che nel 1926 fondò lo Sri Aurobindo Ashram di Auroville. La sua storia ci viene rivelata a poco a poco grazie alle ricerche condotte da Sophie nel disperato tentativo di riportare a casa l'uomo che nel frattempo ha sposato e dal quale ha avuto due figli. Mentre Matteo si prosterna ai piedi della Madre accettando le regole rigide e manipolatorie che vigono nell'ashram, Sophie affronta un altro viaggio, che è anche un viaggio a ritroso nel tempo, sulle tracce della bambina-ragazza-donna che la Madre è stata prima di diventare un'icona, un affascinante oggetto di culto. Dall'Egitto dove è nata, a Parigi, a Venezia e New York, fino all'arrivo in India dove riconosce infine l'amore divino nella persona di Sri Aurobindo, il maestro dal quale si era sentita occultamente guidata. È l'epoca di Madame Blavatsky, di Annie Besant, di Ruth St Denis, l'epoca in cui l'Occidente, indifferente alle imposizioni coloniali, guardava all'India come a una terra di vita spirituale, un luogo di meditazione e di pace di cui intanto si creavano in California le "succursali" di cui ci ha raccontato Christopher Isherwood. Una storia per molti versi dolorosa, che Anita Desai ricostruisce con la consueta sapienza stilistica, investigandone le origini psicologiche e i contorni fiabeschi.
Risorsa locale
Einaudi, 11/07/2017
Abstract: "In un'epoca in cui gli scrittori vengono spesso maldestramente raggruppati per origine etnica, o lingua, o rinchiusi nei ghetti dell'ideologia e del genere, è facile dimenticare la natura trans-nazionale, translinguistica e transessuale della grande letteratura. Quando penso ad Anita Desai, ne vedo distintamente la figura che si staglia, alla pari, accanto a Jane Austin, quell'altra grande scrittrice indiana". Salman Rushdie "Si raccolgono qui tutti i racconti di Anita Desai, ventuno racconti in ordine cronologico inverso, dall'inedito Il pianerottolo del 2007, ai primi racconti scritti per vari periodici indiani negli anni Sessanta. Quasi mezzo secolo di meticolosa ricerca di senso che l'autrice compie attraverso una scrittura che ha nel dettaglio il suo motivo ispiratore e il suo punto di forza. "La scrittura è per me un atto assolutamente privato, un gesto segreto", dice Anita Desai, e con pacata segretezza coglie immagini, episodi minimi, indizi che a un tratto si connettono dando vita a un racconto. Indagati con uno sguardo acuto e inquieto, non solo gli individui ma anche gli spazi e gli oggetti diventano personaggi di queste storie, che si sviluppano come esplorazioni narrative di universi intimi, di luoghi fisici e mentali: un pianerottolo, una veranda stipata di mobili, un lungo corridoio, un capanno per gli attrezzi in giardino, la superficie scabra di un frutto, l'ispessirsi di un silenzio. Difficile a volte distinguere fra un'eco e un passo, tra una presenza e un pensiero. A volte il pensiero fa più rumore, i passi si perdono al di là di una siepe. Ognuno di questi racconti è storia di un cambiamento, di una transizione, di un passaggio talora impalpabile tra un prima e un dopo, un dentro e un fuori, tra vita interiore ed esistenza quotidiana. Il percorso a ritroso tra gli scritti brevi di Anita Desai che qui si propone vuol essere un'occasione, sia per chi li leggerà per la prima volta, sia per chi vorrà rileggerli, per ripercorrere il farsi di una scrittura e di uno stile personalissimi, un coagularsi di frammenti e un dipanarsi di temi che dai racconti spesso sono dilagati nei romanzi in un'ormai lunga carriera densa di riconoscimenti internazionali". Anna Nadotti
Risorsa locale
Einaudi, 06/02/2018
Abstract: Una fragile donna settantenne viene ricoverata perché "non si sente troppo bene". Si prendono cura di lei un grande chirurgo e un giovane assistente. Il giovane medico presto se ne dimentica. Il grande chirurgo invece, nonostante i molti impegni e i sette piani di scale che dividono il suo studio dalla stanza della donna, torna a visitarla più volte in un giorno. Così capisce la banale ma insidiosa malattia che sta per ucciderla. E la salva. Nella vita di ciascun uomo esiste una Golden Hour, l'ora d'oro durante la quale chi è vittima di un incidente può essere salvato. In guerra un'ora dura solo cinque minuti. Medici e infermieri in prima linea, supplendo le carenze con l'ingegno, hanno allora ideato una pratica per dividere in più momenti l'intervento su un ferito grave così da farlo arrivare vivo in un ospedale attrezzato. Lavarsi le mani può sembrare un gesto banale, scontato, quasi inutile. Eppure per un medico ricordarsi di farlo può anche significare, semplicemente, salvare molte vite. C'è chi sostiene che la medicina, oltre che una scienza, sia anche una delle più sofisticate tecniche attraverso cui l'uomo si prende cura dell'uomo. Atul Gawande, medico chirurgo, ne è convinto e dimostra come ci siano tre condizioni semplici ma fondamentali per fare meglio in medicina, fin da subito. Servono scrupolosità, ingegnosità e voglia di fare la cosa giusta. Gawande si interroga sulla propria professione, su cosa serve per essere bravi in un campo dove è tanto facile sbagliare, sull'importanza della motivazione personale. E lo fa raccontando le storie vere di medici e pazienti che nel suo diario diventano personaggi in carne ed ossa, ognuno con il proprio volto, la propria storia, mania ed esperienza. Racconta con chiarezza e insieme con calma passione, "in punta di bisturi", dell'importanza di piccoli gesti all'apparenza scontati come dell'impegno davanti a sfide impossibili e disperate. E non ignora le questioni etiche: fin dove può spingersi un medico e dove deve invece fermarsi? Quanto deve essere pagato un dottore e quanto risarcito un paziente vittima di un errore? Questo è un libro che non solo racconta storie vere, ma è un libro che ci riguarda e che ci parla. Parla della nostra salute, dei nostri corpi, semplicemente delle nostre vite. In attesa dei grandi progressi e degli importanti risultati della ricerca scientifica, offre una calda e lucida riflessione su ciò che può essere fatto fin da subito. Con cura. "Con cura parla dei nostri errori, di come li facciamo e di cosa impariamo dopo averli commessi. Anche se ha come protagonista un medico, il suo messaggio è davvero universale: e contro ogni aspettativa, è un messaggio di assoluto, coinvolgente ottimismo. È un testo pieno di slancio e intuizione, dalla prosa scintillante, che si legge in un fiato". The Independent "Questo libro di Gawande sollecita tutti, medici e non, a fare meglio". The New York Times
Risorsa locale
Il buon vecchio sesso fa paura
Einaudi, 30/01/2018
Abstract: Se l'amore non ha età, che possiamo dire del desiderio? Hanno scadenza il piacere, l'eccitante schermaglia, la malizia? Finisce la paura? "Ms Heyman è un'osservatrice illuminata dei piú vari aspetti della vita. La commedia umana messa in mostra a ruota di pavone". "The New York Times" "Queste storie potranno infastidire i lettori piú prude, ma di certo convinceranno tanti altri che Heyman fa spicco nel nostro panorama letterario". "Vogue" "Una boccata d'aria fresca: questi racconti mettono sottosopra il mondo di Philip Roth, John Updike e Woody Allen". "The Sunday Telegraph" Sette racconti, sette stanze, e non solo da letto, perché Arlene Heyman, psicanalista newyorkese qui al suo primo libro, si cimenta in una narrazione veritiera e complessa, talora sgradevole, vissuta e voyeuristica insieme, raccontandoci storie di corpi desideranti al di là dell'età, degli anni, della malattia. Corpi vecchi, "ogni ruga in evidenza, come in un quadro di Lucian Freud", che l'autrice rende protagonisti dentro la loro età, e giovani corpi attraenti, "minigonna arancione, morbida camicetta in tinta, niente reggiseno". Corpi che si trovano o si perdono, come in Gli amori della sua vita. Corpi sottratti a se stessi dal deterioramento, come in Happy Isles e Ballando con Matt. Corpi che si ribellano all'età e all'usura sfidando le convenzioni e provocando in chi legge una molteplicità di sentimenti: spavento, imbarazzo, intesa. Ci si sente messi in scacco, e costretti a stare al gioco, perché non è dato, leggendo, di far finta di nulla. Non sono spettri quelli che si aggirano in queste pagine, bensí donne e uomini in carne e ossa, toccati dalla vita e per questo toccanti. Heyman raccoglie in questi racconti, scritti in un lungo arco di tempo, la propria esperienza umana, elaborando materiale biografico e onirico, verbalizzando il non detto, gli slanci e i conflitti delle relazioni umane. Esplora la zona grigia dei rapporti amorosi, ne indaga i rimpianti e lo sconcerto. "Ciò che viene confessato al lettore non è niente di meno che il mistero di un essere umano", scriveva Bernard Malamud, "l'aria che si respira" per Heyman, che a lui e alla loro lontana relazione dedica il lungo racconto L'amore con Murray. Anna Nadotti "Nei romanzi come nella vita, uomini anziani che bramano giovani corpi costituiscono un filone inesauribile, ma a pochissimi scrittori vien fatto di chiedersi se una donna di settant'anni possa ancora essere sensualmente coinvolta, e meno che mai di immaginare la forma e i modi di tale coinvolgimento". Alexandra Schwartz, "The New Yorker" "Esplicita, divertente, tenera e scioccante, la raccolta d'esordio di Arlene Heyman ha un buon titolo. C'è la paura, perché queste storie parlano di genocidio, 11 settembre, declino, malattia terminale, assistenza e morte; c'è la vecchiaia, perché gran parte dei personaggi hanno tra i sessantacinque e i novant'anni; e al centro c'è il sesso". Elaine Showalter, "The Guardian"
Risorsa locale
Einaudi, 11/09/2018
Abstract: "Rarefatto e intelligente, Resoconto è un piccolo gioiello che parla dell'amore e di ciò che gli sopravvive, del valore dei ricordi e della capacità di ascoltare. Non accade nulla, in questo romanzo, eppure accade di tutto". The New York Times "Un trionfo di stile. Con formidabile immediatezza e profondità, Cusk compone un affresco di personaggi indimenticabili; una storia che riecheggia perfino il thriller, almeno per l'avidità con cui costringe il lettore a voltare pagina".The Guardian Uno dei migliori libri dell'anno per "The New York Times", "The New Yorker", "The Guardian", "The Independent", "The Globe and Mail", "Glamour", "Vogue".In un'estate greca calda e bruciante, una scrittrice inglese arriva ad Atene per tenere un seminario. Il suo sarà un soggiorno denso di incontri e lunghe conversazioni: con il ricco imprenditore conosciuto sull'aereo che la invita in barca; con l'amico che ha scoperto a proprie spese come realizzare i sogni possa trasformarsi in una condanna; con una donna per la quale la bellezza ha finito col diventare un ostacolo in amore. Digressioni, piccoli camei, dialoghi che aprono altrettanti squarci sulla vita della protagonista senza quasi parlare di lei. Preciso e incandescente, Resoconto è un romanzo che allarga i confini della narrativa tracciando un affresco imperfetto, e per questo straordinariamente vero, della natura umana.
Risorsa locale
Terra rossa e pioggia scrosciante
Mondadori, 19/02/2019
Abstract: Il giovane Abhay un giorno ferisce una scimmia, cioè una creatura sacra. I genitori del ragazzo si prendono perciò cura dell'animale e la scimmietta si rivela ben presto prodigiosamente capace di scrivere a macchina. Si scoprirà che, sotto le sembianze della bestiola, si cela Parasher, spirito minacciato da Yama, Signore della Morte, di essere trascinato nell'aldilà. Unica possibilità di salvezza per lui è riuscire a intrattenere il prossimo narrando delle storie. È così che le imprese del guerriero Sikander e del fratello poeta Sanjay si intrecciano - in un racconto che è una vera cavalcata tra i secoli - alle gesta di Alessandro Magno e alle immagini di un Occidente contemporaneo non meno esotico e misterioso dell'India del passato. Dinanzi a un pubblico che si fa ogni giorno più numeroso, si snoda così un ininterrotto flusso di storie degno dei grandi cicli narrativi del Mahabharata e delle Mille e una notte che dà vita a un romanzo intenso e sorprendente. Vikram Chandra (Nuova Delhi 1961) vive tra Mumbai e Berkeley, in California, dove insegna scrittura creativa. Ha pubblicato Giochi sacri (2006), Terra rossa e pioggia scrosciante (2009, Commonwealth Writers' Prize per il Miglior Libro d'Esordio), Amore e nostalgia a Bombay (2011) e Geek Sublime. La mia vita tra letteratura e codice (2015).
Risorsa locale
Einaudi, 19/03/2019
Abstract: Una scrittrice si trasferisce a Londra in seguito alla fine del suo matrimonio e dopo lunghe ricerche decide di acquistare un appartamento totalmente da ristrutturare. Mentre la protagonista combatte con la polvere della demolizione e con i nuovi vicini che paiono odiarla a prima vista, i due figli devono trattenersi a casa del padre, almeno per il tempo dei lavori. È un periodo di grandi transizioni e cambiamenti per tutti. E mentre la vita scorre, la scrittrice incontra numerose persone e ne ascolta le storie. Agenti immobiliari, vecchi fidanzati, parrucchieri, muratori stranieri: tutti custodiscono episodi di vita inaspettati e verità da svelare e condividere."Cusk sa come si scrive un grande romanzo".The Times "Cusk dà vita a un linguaggio onirico e a una visione del mondo originalissimi".The Washington Post "Ipnotico".Los Angeles Times
Risorsa locale
Einaudi, 14/01/2020
Abstract: "Onori raggiunge la perfezione formale. Cusk ha concluso la sua magistrale trilogia in modo trionfale".Sally Rooney Una donna in viaggio ascolta un estraneo seduto di fianco a lei mentre parla del suo lavoro, della famiglia e dell'angosciosa notte precedente, trascorsa a seppellire il cane. Faye, scrittrice e io narrante, sta raggiungendo il continente europeo per partecipare a un convegno. Nel caldo afoso, tra pause caffè ed eterne attese di navette che fanno la spola dal ristorante alla sede dei meeting, incontrerà colleghi, giornalisti, organizzatori culturali. Da quelle sue conversazioni emergerà un quadro meraviglioso e terribile di un'umanità confusa, scissa tra ciò che teme di essere e ciò che sceglie di mostrare.Tra i migliori libri dell'anno per "The New York Times", "The New Yorker", "Financial Times", "The Guardian", "The Times", "The Times Literary Supplement"."Cusk ha prodotto qualcosa di radicale e bellissimo Onori è un libro sul fallimento che in sé non è un fallimento. In effetti, è un successo che lascia senza fiato".The New Yorker"Preciso e inquietante. Indimenticabile". The New York Times "Resoconto, Transiti e Onori si stagliano come capisaldi della letteratura inglese del XXI secolo". The Guardian "Tre romanzi che saranno considerati uno dei capolavori letterari della nostra epoca". The Washington Post
Risorsa locale
Einaudi, 03/03/2020
Abstract: Il primo folgorante incontro di Hisham Matar con la pittura della Scuola senese risale ai suoi giorni da studente a Londra, poco dopo che il padre era sparito nelle prigioni di Gheddafi senza piú fare ritorno. Venticinque anni piú tardi, in cerca di rigenerazione e quiete, Matar parte infine per la città che di quella tradizione artistica fu la culla. Il suo viaggio a Siena dura trenta giorni, durante i quali le visite quotidiane alle opere di Duccio di Buoninsegna, Simone Martini, Ambrogio Lorenzetti e gli altri si alternano a lunghe passeggiate senza meta. I vicoli e le piazze della città sono membra di un "organismo vivente" dove un incontro fortuito scatena un ricordo, un'architettura rimanda a un dipinto, nel tracimare continuo di un'esperienza nell'altra che restituisce una visione, compiuta e commovente, del rapporto fra l'arte e la condizione umana.Alla National Gallery di Londra, nel 1990, pochi mesi dopo che suo padre Jaballa è stato sequestrato dalla polizia segreta libica e fatto sparire per sempre, un Hisham Matar diciannovenne si avvicina per la prima volta all'arte pittorica senese del tredicesimo, quattordicesimo e quindicesimo secolo, e ne rimane affascinato. È la promessa di un incontro che dovrà attendere a lungo. Solo un quarto di secolo piú tardi, estenuato dalla stesura del memoir Il ritorno, che della sua tragedia familiare e collettiva racconta, e bisognoso del potere lenitivo dell'arte sulle anime tormentate, Matar decide di presentarsi all'appuntamento preso tanto tempo prima con quella tradizione pittorica, e di partire alla volta di Siena. Qui per un mese intero guarda, cammina, interroga, intesse relazioni. Con i dipinti innanzitutto - la Madonna dei francescani di Duccio di Buoninsegna, espressione di una prospettiva tutta umana; gli affreschi del Buono e del Cattivo Governo di Ambrogio Lorenzetti, densi di impegno civile; il Paradiso di Giovanni di Paolo, e la sua sublime promessa di ricongiungimenti amorosi - e poi con le architetture e gli spazi della città, con le sue persone, la sua lingua e la sua storia. Su tutto Matar posa uno sguardo intimo e teso che fa di questa fervida flânerie un incessante incontro con l'altro - tela, scorcio o individuo che sia -, capace di stimolare i sensi e proliferare in altri incontri e storie e riflessioni. Piazza del Campo è lo straordinario "gheriglio" che tutto vede e da cui tutto si vede, a ricordarci l'impossibilità di esistere da soli. Nello sguardo del Davide con la testa di Golia di Caravaggio vi è lo stesso inesaudibile desiderio di vedere con gli occhi dell'altro che accomuna acerrimi nemici e vecchi amanti. L'ombra della Peste Nera del 1348 si proietta sulla cappella del Palazzo Pubblico di Siena come sulla Damasco di Ibn Battuta. Ed è dallo sconosciuto Adam e dalla sua ospitale famiglia giordana che Matar apprende l'esatto funzionamento delle contrade nel Palio. Tela, scorcio e individuo sono cose ugualmente vive e comunicanti, nel viaggio di Hisham Matar, che proprio dalla "convinzione che quanto ci accomuna sia piú di quanto ci separa" trae un conquistato sentimento di speranza.
Risorsa locale
Neri Pozza, 28/02/2011
Abstract: A New York, in un futuro non molto lontano, Antar, un egiziano addetto alle ricerche telematiche per conto dell" IWC", unorganizzazione internazionale che si occupa dellesaurimento delle risorse idriche del pianeta, si imbatte in una vecchia tessera di riconoscimento, un id di una compagnia presso cui era impiegato nei primi anni Novanta del Ventesimo secolo.Antar è stufo dell" IWC", non ne può più nemmeno dellappartamento ammuffito in cui vive e lavora, vorrebbe lasciare New York e tornarsene al più presto in Egitto, ma la curiosità di sapere a chi possa essere appartenuto quell id consunto è talmente grande da spingerlo immediatamente a interrogare Ava, il suo computer di ultima generazione. Lo schermo di Ava si sbianca per un lungo istante, poi sputa la sentenza. La tessera era di proprietà di un indiano dal viso pieno, a forma di luna, le gote gonfie come quelle di un trombettista, il mento aggressivo e prominente: L. Murugan, un "soggetto disperso dal 21 agosto 1995" e "visto lultima volta a Calcutta", dove si era recato per vedere il monumento, eretto allinterno del Presidency General Hospital, al maggiore medico Ronald Ross dellIndian Medical Service. Quel Ronald Ross che, come indica uniscrizione presente nellospedale, "nel 1898 scoprì in che modo la malaria viene trasmessa dalle zanzare".Così comincia questo straordinario romanzo in cui Ghosh attinge a generi diversi - la fantascienza, la narrativa filosofica, il thriller per costruire un profondo apologo sulla vulnerabilità del genere umano.Tutto ha inizio nel lontano 1898, con la scoperta, appunto, del cromosoma Calcutta, una conquista scientifica apparentemente inspiegabile in base agli strumenti e alle conoscenze del tempo.In realtà, la scoperta contiene una "verità" che viene da lontano e si è tramandata attraverso le generazioni in maniera nascosta. Coloro che hanno provato a svelarla, o che si sono avvicinati senza permesso ai suoi segreti, sono morti o improvvisamente scomparsi. I personaggi eccentrici ancora in vita, che in qualche modo ne sono stati toccati, sembrano celare mille identità e segreti.Ma cosa nasconde il cromosoma Calcutta? È davvero la chiave di volta dellintero DNA umano? La soluzione che libererebbe di colpo gli uomini dalle più terribili malattie? E che potrebbe renderli immortali come gli dèi?
Risorsa locale
Neri Pozza, 24/02/2011
Abstract: È il marzo del 1838 e la Ibis, una magnifica goletta a due alberi che, con la vela di maestra e le vele di prora ben tese sembra un uccello dalle grandi ali bianche, è appena arrivata al largo dell'isola di Ganga-Sagar dove il Gange sfocia nel Golfo del Bengala.Dalla nave si scorgono soltanto le sponde fangose dell'isola e i boschi di mangrovie, ma all'interno entrambe le rive del sacro fiume sono già coperte, per chilometri e chilometri, da folte distese di petali rossi, campi sterminati di papaveri.Per quei petali la Ibis è lì, alla foce del Gange, destinata dalla "Benjamin Brightwell Burnham", la compagnia inglese proprietaria, a uno dei traffici più lucrosi dell'Impero britannico: il commercio di "delinquenti e stupefacenti" o, secondo una più elegante espressione, di "oppio e coolie".Il momento, infatti, è eccellente per partecipare alle aste doppio della Compagnia delle Indie orientali e al trasporto di predoni, briganti, criminali, ribelli, cacciatori di teste e teppisti d'ogni razza e genere sulle varie isole-prigione dell'Impero sparse nell'Oceano Indiano.A bordo della Ibis vi è la ciurma più incredibile che si possa incontrare in tutte le acque del Pacifico: un gruppo di lascari, i leggendari marinai cinesi e africani, arabi e malesi, bengalesi e tamil, insomma appartenenti a tutte le razze possibili e immaginabili, che parlano un lingua tutta loro, non hanno altro abito che una striscia di cambrì da avvolgere intorno ai fianchi e vanno in giro scalzi da quando sono nati.A guidarli è un personaggio dall'aspetto formidabile, con una faccia che susciterebbe l'invidia di Gengis Khan: magra, lunga e sottile, con occhi irrequieti e un paio di baffi piumati che gli scendono fino al mento.Nel suo avventuroso viaggio, la Ibis reca a bordo un'umanità davvero straordinaria: il figlio di una schiava liberata del Maryland dalla carnagione color avorio antico; un raja in rovina, il cui viso lungo, scarno e triste esprime esemplarmente il tramonto della vecchia India; una vedova dagli occhi privi di colore che non esita a infrangere i sacri riti della tradizione hindu; un uomo che vuole erigere un tempio alla donna che ha amato e che rivive ora in lui.Mano a mano che i legami con le origini si affievoliscono e i contorni delle vite precedenti sbiadiscono, tutti, sulla Ibis, equipaggio e passeggeri, cominciano a sentirsi "fratelli di navigazione", uniti da una comunanza che oltrepassa continenti, razze e generazioni.Primo libro di una trilogia dedicata alla nascita dell'India moderna, il paese sorto, appunto, da una delle più straordinarie mescolanze di etnie e culture, Mare di papaveri si annuncia come il primo tassello dell'opera della vita di Amitav Ghosh, un'opera che, per forza e ambizione, può rappresentare per l'India moderna quello che libri come Moby Dick hanno rappresentato per l'America: la simbolica narrazione dell'origine di una civiltà nuova sorta dall'incontro-scontro di mondi opposti.
Risorsa locale
Neri Pozza, 17/06/2011
Abstract: Piya è appena arrivata a Canning, l'ultima fermata per i Sundarban, l' immenso arcipelago di isole che si stende fra il mare e le pianure del Bengala, dal fiume Hooghly fino alle rive del Meghna in Bangladesh. Secondo la leggenda, l'arcipelago è sorto il giorno in cui la treccia del dio Shiva si è disfatta, e i suoi capelli bagnati si sono sciolti in un immenso e intricato groviglio. E, in effetti, a chi da Canning giunga fino a Lusibari, il più lontano dei lembi di terra abitati dei Sundarban, le isole sembrano davvero migliaia di ciocche arruffate, o fili smarriti del tessuto dell'India, frange sbrindellate del suo sari. Piya, giovane biologa marina nata nel Bengala ma cresciuta negli Stati Uniti, è arrivata in questo groviglio di fiumi e foreste per trascorrere, come le accade da tempo ormai, lunghe ore su barche instabili sotto il cielo rovente, a scandagliare la superficie dell'acqua alla ricerca di qualche delfino o di qualche altra specie rara di mammifero. Sull'Irrawaddy, però, sul Mekong o sul Mahakam, sui corsi d'acqua di mezzo mondo, si sentiva protetta dalla sua inequivocabile estraneità, dai suoi capelli neri corti, dalla sua pelle scura, dal suo viso lungo e sottile, dai suoi delicati lineamenti di giovane donna indiana. Qui, in un posto in cui si sente più straniera che altrove, Piya sa che il suo aspetto la priva di ogni protezione.Per Kanai Dutt, invece, l'interprete diretto a Lusibari per decifrare un misterioso diario lasciato da suo zio, l'uomo che nell'inclinazione del capo e nell'ampiezza dei gesti rivela una pacata, ferma sicurezza, questo luogo in cui le foreste di mangrovia ricoprono un'isola intera nell'arco di pochi anni, e ogni anno decine di persone muoiono nell'abbraccio di quel fogliame inestricabile, uccise da tigri, serpenti e coccodrilli, è soltanto un paesaggio dove poter sfoggiare l'a gilità e la prontezza del viaggiatore capace istintivamente di cogliere l'attimo. Solo per Fokir, il pescatore, i Sundarban sono il mondo, l'unico mondo noto. A bordo della sua barca, fatta di canne, foglie di bambù e assi di legno malconce, Fokir conosce ogni angolo di quest'universo sorto dal disfarsi della treccia di Shiva, dove non non esistono confini tra acqua dolce e salata, fiume e mare, e ogni giorno le maree ricoprono la terra e foreste intere scompaiono.Attorno a questi tre straordinari personaggi - Piya, la studiosa attratta dalla potenza magica della natura, Kanai, l'interprete che incarna la razionalità occidentale, Fokir, il pescatore che attinge alla millenaria sapienza pratica dell'Oriente - e al racconto dell'avventura che li terrà insieme fino alla fine, Ghosh costruisce, con Il paese delle maree, un romanzo epico in cui ridà voce all'eterno conflitto tra uomo e natura, libertà e destino, mito e ragione.
Risorsa locale
Neri Pozza, 29/05/2012
Abstract: È il settembre del 1838 quando una terribile burrasca si abbatte sulla Ibis, la goletta a due alberi della "Benjamin Brightwell Burnham" in viaggio verso Mauritius con il suo carico di "coolie", di "delinquenti". Come un uccello mitologico in balia del vento, con il bompresso come un grande becco e le vele come due enormi ali spiegate, la Ibis resiste miracolosamente alla furia dell'uragano.Nel fracasso della tempesta, tuttavia, tra lampi, tuoni e marosi, una scialuppa si allontana lestamente dalla goletta. È una barca di fuggitivi e a bordo reca due lascari, i leggendari marinai che parlano una lingua tutta loro, e tre coolie che dovrebbero scontare la loro pena a Mauritius: Kalua l'ex lottatore strappato ai campi di papaveri indiani, Ah Fatt, il figlio di un ricco mercante di Bombay e di una donna cinese, Neel, il raja di Raskhali che ha sperperato la sua ricchezza, indebitandosi con i mercanti inglesi e finendo galeotto tra le stive della nave inglese.Qualche giorno dopo attracca a Mauritius un brigantino ridotto anch'esso male in arnese dopo una traversata segnata da disgrazie e tragedia: il Redruth di Fitcher Penrose, il cacciatore di piante. A Port Louis, però, Fitcher ha di che rallegrarsi. Nel porto di Mauritius fa, infatti, bella mostra di sé uno dei più venerati orti botanici del mondo in cui hanno prestato la loro opera lo scopritore della buganvillea e quello del pepe nero.Chi, invece, non ha da essere lieto per nulla è Bahram Modi, il mercante Parsi partito da Bombay alla volta di Canton con la sua Anahita, un agile ed elegante vascello a tre alberi con la stiva di prua completamente piena di oppio. A meno di cento miglia a ovest della Grande Nicobar, il fortunale ha sorpreso la nave e l'intero carico di oppio si è sganciato. Bahram contava di arrivare presto a Fanqui-town, come veniva chiamata un tempo Canton, dove tutti lo conoscono come Barry Moddie , un uomo sicuro di sé e di enorme successo appartenente alla ristretta schiera dei daaih-baan, i mercanti stranieri in buoni rapporti coi mandarini. Ora buona parte del prezioso carico è andata perduta e i venti di guerra già soffiano alla bocca del Fiume delle Perle, dove i vascelli inglesi attraccano sulle isole sparse nell'acqua che, come denti che sorgono dal mare, accolgono gigantesche navi e barche-granchio le quali, spinte da trenta remi, trasportano di soppiatto l'oppio nel cuore della Cina...Secondo romanzo della "trilogia della Ibis" dopo Mare di papaveri, Il fiume dell'oppio conduce il lettore nelle acque agitate dell'Oceano indiano allo scoppio del primo conflitto dell'oppio. Tra mercanti, soldati della Compagnia delle Indie orientali, coolie, marinai di tutte le razze e lingue e raja in rovina, Amitav Ghosh ricostruisce mirabilmente il mirabile incrocio di culture, guerre e naufragi da cui è sorta l'India moderna.
Risorsa locale
Beat, 13/07/2012
Abstract: Nel 1944 un romanzo, ambientato esattamente tre secoli prima, precisamente nell'Inghilterra del 1644, scosse la società americana. Il romanzo fu vietato in 14 stati americani per i suoi numerosi riferimenti a rapporti sessuali, gravidanze illegittime, aborti ecc. Nella forma di un romanzo storico, camuffato da romanzo d'appendice, camuffato a sua volta da romance, si raccontava la storia di un'eroina, Amber St Clare, orfana abbandonata di nobili natali, che non esita a usare la sua bellezza e il suo fascino per farsi largo in un mondo a lei estraneo. Quello che infastidiva soprattutto i puritani giudici americani degli anni Quaranta, e la Chiesa cattolica che la bollò di indecenza, era che Amber St Clare rompeva gli schemi dell'eroina dei romanzi d'appendice, in trepida attesa del principe azzurro, per delineare l'inaspettato ritratto di una donna intraprendente, spregiudicata che non esita a fare libero uso della sua sessualità e, soprattutto, della sua astuzia per raggiungere i suoi scopi. Che cosa è, infatti, una donna che, nell'Inghilterra del Seicento in cui infuria la guerra civile, viene abbandonata appena neonata e adottata da una famiglia di contadini; a sedici anni rifiuta di sposare un contadino e fugge a Londra dopo aver conosciuto in una locanda Bruce Carlton, un militare di nobili origini di cui si innamora e dal quale ha un figlio; finisce in carcere, dove incontra il bandito Black Jack che la prende sotto la sua protezione e le insegna a rubare; diviene l'amante di un ufficiale che la fa assumere come attrice da una compagnia teatrale, dove alcuni nobili e persino Re Carlo II rimangono affascinati dalla sua bellezza; sposa Radcliffe, un nobile che le offre finalmente la posizione cui lei aspira; rimane vedova e diventa l'amante del re; vive a corte insieme al bambino, il figlio suo e di Bruce; viene scacciata dal re e decide di seguire Bruce Carlton in America, terra di avventura e di nuovi orizzonti? Che cosa è una donna simile se non il frutto di un'immaginazione femminile sovversiva per la sua epoca, la prima rappresentazione nel Novecento della donna ribelle al suo destino di madre e sposa devota?
Risorsa locale
Neri Pozza, 13/05/2016
Abstract: A intervalli regolari di qualche mese, Tridib compare alla porta di casa dei suoi zii e cugini. Le gambe incrociate strette, la fronte coperta di sudore, dopo i necessari convenevoli imposti dall'etichetta, si precipita direttamente nella stanza da bagno, spinto dai capricci del suo apparato digerente, rovinato dai fiumi di tè nero ingollati nei chioschi ai margini delle strade di Calcutta. Quando ne riemerge, mostra il consueto piglio disinvolto del figlio di un funzionario del Foreign Office abituato agli agi di una spaziosa casa avita. Sprofondato nel divano buono, inizia a dissertare sui più svariati argomenti: le stele mesopotamiche, il jazz dell'Est europeo, i costumi delle scimmie arboricole, il teatro di Garcia Lorca e, soprattutto, l'Inghilterra, abitata da compite fanciulle come la signorina Price. Incantato, il cugino più piccolo di nove anni non perde una parola delle sue storie fantastiche, delle sue mirabolanti descrizioni di un'Inghilterra leggendaria e lontana. Assorbe a tal punto l'arte di narrare di quel parente bizzarro dal volto magro e stizzoso, dai capelli arruffati e dagli occhi neri che scintillano dietro le lenti cerchiate d'oro, da essere capace lui stesso, crescendo, di dare voce ai ricordi della sua infanzia, alle vicende della sua famiglia e a quelle più grandi dell'India moderna. Nella sua narrazione, il paesaggio indiano o inglese, i luoghi reali o frutto dell'immaginazione, diventano esemplari e simbolici, come i fantasmi femminili che popolano la sua mente: la nonna amata, che somministra agli ospiti un'omelette dura come il cuoio, l'affascinante cugina Ila, l'amica inglese May. E i confini fittizi dello spazio e del tempo, le linee immaginarie e violente che gli uomini inventano per mettere ordine nella vita, ripetutamente si spostano e si ricompongono in nuove costellazioni. Storia di un'adolescenza che cerca di ricatturare il senso, e il segreto, di una saga familiare, dominata da luoghi remoti e prossimi come Londra, Dacca, Calcutta, Le linee d'ombra è una delle opere fondamentali di Amitav Ghosh, uno di quei romanzi che hanno fatto dello scrittore una delle voci più importanti della letteratura indiana di lingua inglese."Una delle voci più originali e importanti della letteratura indiana di lingua inglese". Irene Bignardi, la Repubblica"Ghosh recupera con gusto la narrativa tradizionale ottocentesca, si pensi a Dickens, non dimenticando che tra le radici della narrativa indiana c'è il romanzo storico".Alessandro Monti, TTL - la Stampa
Risorsa locale
Neri Pozza, 22/06/2016
Abstract: Nel novembre del 1885, quando giunge a Mandalay, Rajkumar ha undici anni e lavora come aiutante e garzone su un sampan. Dopo aver risalito l'Irrawaddy dal golfo del Bengala, la sua barca si è dovuta fermare per riparazioni e il ragazzino indiano si è spinto per un paio di miglia nell'entroterra ed è arrivato nella capitale del regno di Birmania.Vi è arrivato nei giorni della fine del regno.La casa reale ha chiamato i sudditi a combattere contro gli eretici e i barbari kalaa inglesi, per difendere l'onore nazionale e "avviarsi sul cammino che conduce alle regioni celesti e al Nirvana". Ma gli inglesi hanno la più grande flotta che abbia mai navigato un fiume, cannoni che possono abbattere le mura di pietra di un forte, fucili a retrocarica, mitragliatrici a ripetizione, e tre battaglioni di sepoy temprati da mille battaglie.Il 14 novembre del 1885 hanno varcato il confine e due giorni più tardi si sono impadroniti degli avamposti di Nyaungbinmaw e Singbaungwe e hanno distrutto a cannonate il forte di Myingan con una precisione impeccabile, senza perdere neppure un soldato.L'esercito birmano si è disintegrato, i soldati sono fuggiti sulle montagne con le armi, due ministri hanno fatto a gara nel tenere sotto sorveglianza la famiglia reale, e il popolo di Mandalay si è riversato nel palazzo reale saccheggiando e mettendo a soqquadro ogni cosa.Rajkumar si aggira ora nel vastro atrio al centro della cittadella, in quello che tutti chiamano il Palazzo degli specchi, con le sue pareti di cristallo lucente e i soffitti rivestiti di specchi, e guarda stupito la gente staccare decorazioni, rompere preziose cassette delle offerte, estrarre pietre dure dal pavimento di marmo, portarsi via intarsi d'avorio dalle cassapanche di legno.In questi giorni, però, in cui finisce il regno birmano e decade lo splendore dell'orgogliosa famiglia reale, si innalza anche la fortuna di Rajkumar.Nell'arco di sessantanni, Rajkumar diventerà ricco grazie al commercio di legname, perderà tutto durante la guerra e, rifugiato a Calcutta nei giorni della sua vecchiaia, rimpiangerà il "paese doro" della sua giovinezza.Romanzo epico, indimenticabile affresco di un secolo di storia nelle ex colonie britanniche, Il Palazzo degli specchi è una di quelle rare opere in cui si schiude "l'incanto di mondi lontani" (The Times).Vincitore del Premio internazionale per la fiction alla Fiera di Francoforte"L'avvincente storia di un mondo in transizione, fatta vivere attraverso personaggi che amano e soffrono con pari intensità".J.M. Coetzee "Non dimenticherò mai il giovane e il vecchio Rajkumar, Dolly, la principessa, le foreste, la violenza che crea famiglie e guerre. Un romanzo meraviglioso. Una storia incredibile".Grace Paley
Risorsa locale
Neri Pozza, 22/06/2016
Abstract: Nellestate del 1148 d.C. Khalaf ibn Ishaq, mercante in Palestina, scrive una lettera allamico ebreo Abraham Ben Yij_, che viveva allora in una città di nome Mangalore, un porto sulla costa sudoccidentale dellIndia.Era una stagione movimentata quella, in Palestina. In aprile era arrivata unarmata tedesca al comando dellanziano re Corrado III di Hohenstaufen, noto agli arabi come Alam_n. Al seguito del re cera il nipote, il giovane e carismatico Federico di Svevia. Subito dopo era giunto a Gerusalemme Luigi VII di Francia con il suo esercito, la moglie, laffascinante Eleonora dAquitania, destinata a essere successivamente regina di Francia e dInghilterra, e un corteo di nobili.Il 24 giugno del 1148 la più massiccia armata di crociati di tutti i tempi si era accampata nei frutteti intorno a Damasco.Scrivendo a Ben Yij_, tuttavia, Khalaf non si dilunga affatto su questi avvenimenti. Parla di alcune merci inviategli da Ben Yij_, un carico di noci dareca, due serrature prodotte in India, due coppe dottone, e annuncia allamico che insieme con la lettera gli manderà alcuni doni: due vasi di zucchero, un vaso di mandorle e due di uvetta.Alla fine della missiva, Khalaf ibn Ishaq nomina quasi di sfuggita uno schiavo indiano di Ben Yij_ al quale raccomanda di porgere "moltissimi ringraziamenti".La lettera è catalogata come manoscritto H.6 alla Biblioteca Nazionale e Universitaria di Gerusalemme.Attraversando i sottili confini che separano il presente dal passato, con in mano soltanto il frammento di questa lettera, Amitav Ghosh si mette alla ricerca dello schiavo indiano che vi è nominato, una figura che gli appare come una chiave per intendere e raccontare una Storia fatta di tante storie, diaspore e guerre, tradizioni e incontri, rotture e sparizioni.Centro della vicenda sono due villaggi egiziani, luoghi di uno straordinario apprendistato linguistico e umano, e punti di partenza per una lunga indagine: per più di dieci anni Ghosh insegue lo sconosciuto, costruendo un meraviglioso romanzo in cui tutto è rigorosamente vero.Ombra consapevole dellantico schiavo, il moderno ricercatore percorre un duplice itinerario: quello nelluniverso medievale, lungo le rotte mercantili che dal Maghreb attraverso lEgitto portano in India; e quello nelluniverso contemporaneo, lungo le rotte aeree che da oriente portano a occidente e da una religione allaltra, da una lingua allaltra."Amitav Ghosh è un grande narratore, un maestro della lingua". Die Zeit "Ghosh è uno scrittore seducente un maestro, una fonte di infinito piacere per il lettore".The Age "Ghosh è uno degli scrittori della sua generazione dalla prosa più raffinata".Financial Times "Lo schiavo del manoscritto è un viaggio ricco e avvincente". The Times
Risorsa locale
La grande cecità. Il cambiamento climatico e l'impensabile
Neri Pozza, 24/04/2017
Abstract: Nei primi anni del XXI secolo Amitav Ghosh lavorava alla stesura de Il paese delle maree, il romanzo che si svolge nelle Sundarban, l'immenso arcipelago di isole che si stende fra il mare e le pianure del Bengala. Occupandosi della grande foresta di mangrovie che le ricopre, Ghosh scoprì che i mutamenti geologici che ciclicamente vi avvenivano un argine poteva sparire nell'arco di una notte, trascinando con sé case e persone stavano diventando qualcos'altro: un cambiamento irreversibile, il segno di un inarrestabile ritrarsi delle linee costiere e di una continua infiltrazione di acque saline su terre coltivate.Che un'intera area sotto il livello del mare come le Sundarban possa essere letteralmente cancellata dalla faccia della terra non è cosa da poco. Mostra che l'impatto accelerato del surriscaldamento globale è giunto ormai a minacciare l'esistenza stessa di numerose zone costiere della terra.La domanda, per Ghosh, nacque perciò spontanea. Come reagisce la cultura e, in modo particolare, la letteratura dinanzi a questo stato di cose? La risposta è contenuta in questo libro in cui l'autore della trilogia della "Ibis" ritorna con efficacia alla scrittura saggistica.La cultura è, per Ghosh, strettamente connessa con il mondo della produzione di merci. Ne induce i desideri, producendo l'immaginario che l'accompagna. Una veloce decappottabile un prodotto per eccellenza dell'economia basata sui combustibili fossili non ci attrae perché ne conosciamo minuziosamente la tecnologia, ma perché evoca l'immagine di una strada che guizza in un paesaggio incontaminato; pensiamo alla libertà e al vento nei capelli; a James Dean e Peter Fonda che sfrecciano verso l'orizzonte; a Jack Kerouac e a Vladimir Nabokov. Questa cultura, così intimamente legata alla storia del capitalismo, è stata capace di raccontare guerre e numerose crisi, ma rivela una singolare, irriducibile resistenza ad affrontare il cambiamento climatico.Quando il tema del cambiamento climatico appare, infatti, in una qualche pubblicazione, si tratta quasi sempre di saggistica. La rara e fugace comparsa di questo argomento in narrativa è sufficiente a relegare un romanzo o un racconto nel campo della fantascienza.Che cosa è in gioco in questa resistenza? Un fallimento immaginativo e culturale che sta al cuore della crisi climatica? Un occultamento della realtà nell'arte e nella letteratura contemporanee tale che "questa nostra epoca, così fiera della propria consapevolezza, verrà definita l'epoca della Grande Cecità"?"La leggerezza e l'agilità della scrittura di Ghosh riescono a mantenere tutta l'urgenza e le ombre di qualcosa che non riusciamo davvero a guardare: il destino dell'umanità".Giorgio Agamben"Una riflessione acuta, provocatoria e originalissima dalla penna di uno dei più grandi scrittori indiani".la Repubblica"Sono rare le occasioni in cui uno scrittore sfoggia una comprensione così feroce e una capacità narrativa tanto brillante da trasformare un soggetto ben noto portandolo alla luce in questo modo".Naomi Klein, autrice di No logo
Risorsa locale
Neri Pozza, 22/11/2018
Abstract: Uno straordinario romanzo corale in cui si intrecciano magistralmente cinque vite segnate dalla crudeltà e dalla violenza. Cinque storie di compassione e volontà di riscatto. Cinque personaggi molto diversi, per stile di vita ed estrazione sociale – un padre di Delhi, un operaio coinvolto in un incidente edile, una cuoca domestica a Mumbai, un vagabondo e il suo orso ballerino, una ragazza che fugge dal suo villaggio natale per una nuova vita in città – eppure accomunati da un unico desiderio: vivere una vita migliore, lasciandosi alle spalle la precedente, fatta di soprusi e ingiustizie. In un momento in cui i molteplici drammi delle disuguaglianze sociali sono al centro della scena, Redenzione affronta con lucidità i drammi che ne derivano, senza però soffocare le voci dei protagonisti, che insistono sul loro diritto a prosperare. Uno degli aspetti più dinamici di questo sorprendente romanzo è che, pur affrontando l'infelicità, la speranza non smette di ardere.
Risorsa locale
Neri Pozza, 07/11/2019
Abstract: Commerciante di libri rari e oggetti d'antiquariato, Deen Datta vive e lavora a Brooklyn, ma è nato nel Bengala, terra di marinai e pescatori. Non c'è stato perciò tempo della sua infanzia in cui le leggende fiorite nelle mutevoli piane fangose del suo paese, affascinanti storie di mercanti che scappano al di là del mare per sfuggire a dee terribili e vendicatrici, non siano state parte del suo mondo fantastico. In uno dei suoi ritorni a Calcutta, o Kolkata come viene detta oggi, Deen ha la ventura di incontrare Kanai Dutt, un lontano parente ciarliero e vanesio che, per sfidarlo sul terreno delle sue conoscenze del folklore bengali, gli narra la storia di Bonduki Sadagar, che nella lingua bengali o bangla significa "mercante di fucili". Bonduki Sadagar era, gli dice, un ricco mercante che aveva fatto infuriare Manasa Devi, la dea dei serpenti e di ogni altra creatura velenosa, rifiutando di diventare suo devoto. Tormentato dai serpenti e perseguitato da alluvioni, carestie, burrasche e altre calamità, era fuggito, trovando riparo al di là del mare in una terra chiamata Bonduk-dwip, "Isola dei fucili". Braccato, infine, di nuovo da Manasa Devi, per placare la sua ira, era stato costretto a far erigere un dhaam, un tempio in suo onore nelle Sundarban, nelle foreste di mangrovie infestate da tigri e serpenti. La leggenda del mercante dei fucili resterebbe tale per Deen, una semplice storia, cioè, da custodire nell'armadio dei ricordi d'infanzia, se il vanesio Kanai non aggiungesse che sua zia Nilima Bose ha visto il tempio e sarebbe ben lieta se Deen l'andasse a trovare. Comincia così, per il commerciante di libri rari di Brooklyn, uno straordinario viaggio sulle tracce di Bonduki Sadagar che dalle Sundarban, la frontiera dove il commercio e la natura selvaggia si guardano negli occhi, il punto esatto in cui viene combattuta la guerra tra profitto e Natura, lo porterà dall'India a Los Angeles, fino a Venezia. Un viaggio mirabolante, che attraverserà secoli e terre, e in cui antiche leggende e miti acquistano un nuovo significato in un mondo come il nostro, dove la guerra tra profitto e Natura sembra ormai non lasciare più vie di scampo al di là dei mari.