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Trovati 6 documenti.

Il castello d'Otranto
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Walpole, Horace - Praz, Mario - del Buono, Oreste

Il castello d'Otranto

BUR, 31/10/2013

Abstract: Walpole ci fa tornare al medioevo di noi stessi.A quando la modernità era ancora bambina e aveva paura di tenere un piede fuori dalle coperte, la notte: paura che il razionalismo in agguato glielo amputasse con un morso.E allora botole, sotterranei, incesti diffratti, spettri che escono dai quadri. Che altro deve fare uno per esorcizzare gli orpelli dell'inconscio, telefonare a Jung?"- Giordano Meacci

Emma
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Austen, Jane - Praz, Mario

Emma

Garzanti Classici, 17/10/2010

Abstract: NELLA PREGEVOLE TRADUZIONE DI MARIO PRAZ DEL 1965Sono andata a scegliermi un'eroina che nessuno tranne me potrebbe amare...": così diceva, della protagonista, la sua creatrice. Emma Woodhouse è una giovane donna intelligente, indipendente, che ha sviluppato una forte individualità e una decisa coscienza della propria posizione sociale. E tuttavia è straordinariamente cieca di fronte ai sentimenti: propri e altrui. Jane Austen costringe la sua eroina a una tardiva quanto autoironica presa di coscienza, attraverso la quale prende forma anche la sua sottile critica dei costumi, della vanità e dell'egoismo, visti alla luce di una profonda comprensione dell'animo umano.

Emma
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Austen, Jane - Bertolucci, Attilio - Praz, Mario

Emma

Garzanti Classici, 18/07/2017

Abstract: "Sono andata a scegliermi un'eroina che nessuno tranne me potrebbe amare...": così diceva, della protagonista, la sua creatrice. Emma Woodhouse è una giovane donna intelligente, indipendente, che ha sviluppato una forte individualità e una precisa coscienza della propria posizione sociale. Con signorile misura, ella sa imporre la propria volontà a quanti la circondano. E tuttavia è straordinariamente cieca di fronte ai sentimenti: propri e altrui. Jane Austen costringe infine la sua eroina a una tardiva quanto autoironica presa di coscienza. Di fronte all'inattesa dichiarazione d'amore di Mr Knightley, il disinganno della protagonista e il doloroso riconoscimento dei propri errori di giudizio sapranno finalmente sconfiggere in lei l'egoismo e la presunzione facendo scaturire una nuova capacità di comprendere l'animo umano.

Voce dietro la scena
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Praz, Mario

Voce dietro la scena

Adelphi, 02/12/2021

Abstract: Non solo grande critico ed erudito, ma saggista nel senso della più alta tradizione inglese – quella di Lamb e di De Quincey –, viaggiatore, memorialista, narratore, Mario Praz ha composto in questo volume una sua "antologia personale", raccogliendo testi dai caratteri più diversi, da lui scritti nell'arco di più di cinquant'anni (1945-1975). Ne è risultato un libro che forse un giorno apparirà come il suo più felice in assoluto. Qui, come anche nella "Antologia personale" di J.L. Borges, i testi assumono una nuova patina, per opera del loro nuovo contesto, intridendosi di un fascino penetrante e peculiare: quello dell'autoritratto. Come Praz ha voluto precisare nella prefazione a questa "antologia", egli sente di appartenere alla "categoria di persone dotate d'intelligenza imperfetta", quelle – scriveva Lamb – che "si contentano di frammenti e di ritagli della Verità", che la colgono solo "con un lineamento o di profilo tutt'al più", perché "le loro menti sono meramente suggestive". Ma i "frammenti" e i "ritagli della Verità" che Praz è venuto accumulando nella sua davvero prodigiosa attività, rivolta nelle più svariate direzioni, formano una compagine imponente. Da essa Praz ha distaccato i tanti, perfetti tasselli di questo "autoritratto", col quale è riuscito a compiere un'impresa assai ardua: applicare a se stesso la stessa chiaroveggenza critica che ha reso celebri tante sue ricerche, giocate sulle risonanze e sulle filiazioni. Così, leggendo queste pagine non solo si avrà la sorpresa di scoprire molti testi dispersi e spesso ignorati (per molti saranno qui del tutto nuove certe affascinanti prose narrative, che hanno avuto una circolazione molto ridotta rispetto ai libri di critica), ma si osserverà il lento diramarsi delle linee di una vita. Ed è questa la "voce dietro la scena" a cui allude il titolo. Nel percorrere questo vasto "museo di simpatie e differenze" (Borges) siamo come attirati da un suo disegno segreto, che neppure l'autore conosce eppure guida la sua mano. È lo stesso fascino della "voce dietro la scena", che "non manca mai d'efficacia perché gli uomini sentono che c'è un canto dietro la scena della loro vita stessa", anche se di esso a mala pena "afferriamo la rima".

Il mondo che ho visto
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Praz, Mario

Il mondo che ho visto

Adelphi, 06/12/2022

Abstract: Questo libro è l'ultimo lavoro a cui si dedicò Mario Praz: una vasta scelta dai suoi scritti di viaggio (in buona parte mai prima raccolti), preceduta da un'introduzione inedita, che è un magistrale profilo della storia del Grand Tour. In queste pagine Praz osserva che "pochi viaggiatori sanno essere personali, sanno vedere con occhi che penetrano nell'essenza delle cose" – e accenna a certi scrittori che hanno lasciato, nei loro diari, puri elenchi di monumenti e chiese visitate. Praz è ovviamente l'opposto: come nella sua attività di critico era attratto sempre e soltanto dalla peculiarità – e dal risuonare delle peculiarità l'una sull'altra – così nella sua veste di viaggiatore lascia vibrare la sua attenzione, di preferenza, non già dinanzi agli spettacoli obbligatori, ma dinanzi a scene laterali, ad angoli dimenticati, a piccole "enclaves" nello spazio, verso le quali il suo passo rabdomantico è ogni volta attirato. Il suo amato Charles Lamb, "quando si recava a far visita a una qualche famosa "country-house" d'Inghilterra, per prima cosa chiedeva del salottino cinese". Allo stesso modo, dopo una doverosa gita alle Piramidi, Praz prende subito l'occasione per una lunga visita alla deplorevole villa di Faruk. Quanto al neoclassico, lo insegue fino in Tasmania. E mai il greve orrore delle celebrazioni guerriere gli apparirà così incombente come nel War Memorial di Canberra. Ci sono luoghi e cose che sembravano attendere da tempo il suo sguardo: in un seminterrato alla periferia di Washington, una vera città fatta di case di bambole; le "carrozzelle decrepite" di una "Baden-Baden tropicale", la Petropolis di Pedro II; i palazzi di Nancy, dai "balconcini rococò... su cui i viticci e le conchiglie dorate serpeggiano come rampicanti delle Esperidi o d'un altro paese di favoleggiata beatitudine..."; le rovine di Palmira, dove "il tempo ha smussato gli ornamenti, steso un velo di poesia su quel che poteva esserci di crudo, di provinciale in questo impero d'una stagione". Mentre la vita immediata, invadente poco lo tocca, il suo vagare è una ricerca delle "anime morte delle innumerevoli cose". Per lui, "il massimo piacere del viaggiare si raggiunge quando allo spostamento nello spazio si unisce lo spostamento nel tempo". Allora è la sua acuminata percezione del senso del tempo a guidarlo verso l'esistenza-sospesa, quasi ritagliata dal resto, dei "suoi" luoghi, come la minuscola St. Luke's Church di New York: "Simili angoli sono come i sogni della città, remoti archetipi che passano sull'anima di una città come nubi, e la città pare per un momento dimenticarsi, rimanere sospesa sull'orlo d'un'esistenza prenatale, ma poi la risveglia lo scampanio dei carri dei pompieri".

Il patto col serpente. Paralipomeni di "La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica"
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Praz, Mario

Il patto col serpente. Paralipomeni di "La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica"

Adelphi, 12/12/2023

Abstract: Da quando, nel 1930, è uscito il libro più famoso di Praz, "La carne, la morte e il diavolo nella letteratura romantica", l'intuizione critica che lo ispirava è quasi diventata un luogo comune: accade cioè che "chiunque si occupi delle origini della sensibilità moderna ne tiene conto, anche senza aver letto e compreso l'importanza di Praz. È il destino di coloro che hanno ovviamente ragione, ma nulla toglie al fatto che sono pochi i critici cui sia stata concessa un'i­dea così brillante" (Frank Kermode). E una necessaria integrazione di quell'ope­ra capitale è "Il patto col serpente", che svela sin dal titolo il suo cuore nero: come nel quadro di Hans Baldung Grien, assunto dallo stesso Praz a emblema del libro, il serpente tentatore è infatti l'immaginazione, che per il tramite di Eva (la sensibilità) corrompe Adamo (la volontà) svelando le zone più inconfessabili dell'ani­ma e dando così libero corso alla malinconia, alla fantasticheria aberrante e mostruosa, alla perversione, alla nevrosi: "Sono effeminato," si legge nelle "Confessioni di un giovane inglese" di George Moore "morboso, perverso. Ma soprattutto perverso. Tutto ciò che è perverso mi affascina". Motivi, questi, che dal Romanticismo in poi accomunano un'intera legione di artisti – Füss­li e Poe, i Preraffaelliti, Ruskin e Pater, J.A. Symonds, Vernon Lee e Walter de la Mare, D'Annunzio, Rodin, Proust. Grazie a Praz, al suo inimitabile metodo – fondato sull'"esplorazione ravvicinata" e sulla "relazione", sulla capacità, cioè, di individuare in un quadro o in un testo un dettaglio e di inserirlo in una rete di rapporti –, alla sua prosa perfetta, li vediamo sfilare sotto i nostri occhi quasi assistessimo, affascinati, "a una serie di "entrées" in un grande balletto con scene che si susseguono in straordinarie esibizioni" (Giovanni Macchia).