Abstract: "Che più triste dei ricordi?" scrive Savinio in procinto di pubblicare questi "Souvenirs". Ma è pessimismo del poi, di chi guarda con amarezza a quanto è scomparso, travolto dalla bufera bellica. A rileggerli oggi, infatti, quel che colpisce in questi reportage parigini è semmai l'insolente ironia, lo humour acuminato con cui Savinio osserva Parigi – "dama dal passato brillantissimo" che, incapace di rassegnarsi, continua a credere che al di là della sua cinta daziaria gli uomini, "vestiti di rozze pelli", combattono ancora le fiere "con zagaglie di silice" – e i suoi vecchi e nuovi dèi. Fatta eccezione per Apollinaire, "il poeta più profondamente classico che onori di sé il primo quarto del nostro secolo", e per Georges Simenon, un "Dostojewski minore", l'indomabile impertinenza di Savinio non risparmia nulla e nessuno: Max Jacob e Colette, Jean Cocteau e René Clair, l'Opéra e i Salons d'Automne. E tantomeno i surrealisti, il cui carattere dominante è "la puerilità, la quale, di là dalle frontiere dell'infanzia, si chiama scemenza" – non già l'intelligenza satanica. Ma colpiscono soprattutto, e incantano, il talento digressivo, l'erudizione "nonchalante", e una scrittura insieme classica e aspramente inventiva, che disegna uomini e paesaggi con visionaria precisione: come nella splendida descrizione della baia del Mont-Saint-Michel, dove il mare "invade le praterie di tozze erbe salate, onde i montoni dagli occhi perlacei e feroci fuggono spaventati, con uno stretto galoppo arcuato".
Titolo e contributi: Souvenirs
Pubblicazione: Adelphi, 23/05/2019
EAN: 9788845933592
Data:23-05-2019
"Che più triste dei ricordi?" scrive Savinio in procinto di pubblicare questi "Souvenirs". Ma è pessimismo del poi, di chi guarda con amarezza a quanto è scomparso, travolto dalla bufera bellica. A rileggerli oggi, infatti, quel che colpisce in questi reportage parigini è semmai l'insolente ironia, lo humour acuminato con cui Savinio osserva Parigi – "dama dal passato brillantissimo" che, incapace di rassegnarsi, continua a credere che al di là della sua cinta daziaria gli uomini, "vestiti di rozze pelli", combattono ancora le fiere "con zagaglie di silice" – e i suoi vecchi e nuovi dèi. Fatta eccezione per Apollinaire, "il poeta più profondamente classico che onori di sé il primo quarto del nostro secolo", e per Georges Simenon, un "Dostojewski minore", l'indomabile impertinenza di Savinio non risparmia nulla e nessuno: Max Jacob e Colette, Jean Cocteau e René Clair, l'Opéra e i Salons d'Automne. E tantomeno i surrealisti, il cui carattere dominante è "la puerilità, la quale, di là dalle frontiere dell'infanzia, si chiama scemenza" – non già l'intelligenza satanica. Ma colpiscono soprattutto, e incantano, il talento digressivo, l'erudizione "nonchalante", e una scrittura insieme classica e aspramente inventiva, che disegna uomini e paesaggi con visionaria precisione: come nella splendida descrizione della baia del Mont-Saint-Michel, dove il mare "invade le praterie di tozze erbe salate, onde i montoni dagli occhi perlacei e feroci fuggono spaventati, con uno stretto galoppo arcuato".
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